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Sotto un Cielo Cremisi

By Simone Corà | giovedì 14 maggio 2009 | 13:12

di Joe R. Lansdale
312 pagine
Fanucci Editore
2009
17 euro

Richiamati all’azione da una richiesta di aiuto del loro vecchio amico Marvin, Hap e Leonard si vedono alle prese con un gruppo di piccoli spacciatori senza speranze, rei di aver rapito la bella e giovane Gadget. Sembra un lavoretto facile, niente più di un paio di pugni e qualche calcio, ma, come al solito, la situazione precipita. Hap getta nel water tutta la cocaina che c’è in giro, per un valore di migliaia di dollari, e qualcuno di grosso, ai vertici dell’organizzazione per cui lavoravano quei minuscoli delinquenti, non è affatto contento di tutto questo.

In tempi recenti, Joe Lansdale ha mostrato un preoccupante calo di qualità narrativa. I suoi ultimi romanzi sfoggiavano trame fiacche, riciclate dai cliché da lui stesso inventati, povere di idee e superficiali nell’esecuzione, a causa di una scrittura poco convinta, annacquata, quasi forzata. Pochi i sussulti, in questa stasi creativa, quasi macchie nere su una camicia bianca: per quanto piacevoli da leggere (Echi Perduti, La Ragazza dal Cuore d’Acciaio, La Notte del Drive-in 3), si mostravano comunque sempre troppo leggeri ed esili rispetto a quanto prodotto in passato.

E si erano così perse le speranze per quello stile carico, ironico, rapido come un coltello a serramanico e volgare come uno scaricatore di porto, convinti ormai che allo scrittore texano interessassero più le arti marziali che la narrativa, e che l’inevitabile invecchiare gli avesse prosciugato ogni abilità.

È quindi sorpresa graditissima questo Sotto un Cielo Cremisi, che non solo riporta Lansdale ai fasti stilisticamente più creativi e coloriti dei begli anni, ma rispolvera anche i personaggi che per chiunque rappresentano la filosofia di pensiero vera e propria dello scrittore texano: Hap Collins (bianco, democratico), Leonard Pine (nero, gay e repubblicano) e tutta l’allegra combriccola (Brett, Marvin, Jim Bob) che li accompagna dal lontano 1990, anno del loro esordio su Una Stagione Selvaggia. E a otto di distanza dalla loro ultima avventura, la sesta, quel frizzante Capitani Oltraggiosi, gli scalcinati rullacartoni dalla lingua tagliente sono ancora in grande forma.

Appare chiaro, quindi, che l’accoppiata Hap & Leonard è in fondo Joe Lansdale stesso, e viceversa, e non è un caso che il ritorno dei suoi personaggi più amati coincida con il ritorno delle sue metafore splendide e insolite, di quell’ironia graffiante e incontenibile, di quel ritmo pimpante, quasi ballabile, trascinante, e di quei protagonisti così volgari, così rozzi, così incivili e sgraziati, eppure scolpiti in nobili ideali di uguaglianza e rispetto, punti cardine di ogni romanzo lansdaleiano.

Non c’è un attimo di tregua, si corre per trecento e passa pagine, in mezzo a risse senza fine e battute al fulmicotone, passando per uno tra i momenti più felici dell’intera carrriera dello scrittore texano (l’inseguimento automobilistico e relativa sparatoria), uno strabiliante estratto delle sue capacità narrative, dove convivono velocità lessicale, splatter esplosivo e carisma prorompente.

Certo, lo spunto che regge in piedi la vicenda è striminzito, minimale, e a livello di complessità è forse quanto di più semplice e lineare si possa trovare nella lunga carriera di Lansdale. È più che altro un pretesto, una scusa per permettere ad Hap e Leonard di menare quanta più gente possibile, e sicuramente si sente la mancanza di un intreccio più corposo e incisivo, ma è una mancanza comunque relativa, che diventa quasi irrilevante di fronte alla magistrale narrazione con cui prende vita la storia.

Si tira un sospiro di sollievo, si divora Sotto un Cielo Cremisi con un piacere inaspettato, quasi miracoloso, e a questo punto si guarda al futuro di Joe Lansdale con molta curiosità.

Unica nota negativa, l’edizione Fanucci – che ora detiene l’esclusiva per i romanzi dello scrittore texano – che, come per altri lavori in passato, non trovo molto gradevole dal punto di vista visivo (cartelle alte a strette, molto – troppo – spazio bianco attorno al testo). Senza contare il fatto che, con la mancanza delle costina gialla tipica di casa Einaudi, che aveva pubblicato le prime sei storie del ciclo di Hap & Leonard, non si potrà mettere questo volume nel posto che ogni libreria italiana gli riservava da tanti anni.

3 commenti:

  1. Caro Simone,

    bella la tua recensione, ma avresti anche potuto trovare una riga per citare il traduttore.

    La brillantezza lessicale di cui giustamente parli è un po' anche opera mia:-)

    un caro saluto
    lc

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  2. Hai ragione.
    Hai fatto un ottimo lavoro, e se il romanzo gira così bene, è sicuramente anche merito tuo. :)

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  3. basta con queste leccate di culo! e ammettiamolo: luca conti è solo merda!
    cri

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