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The Montauk Monster (2014)

By Simone Corà | lunedì 27 aprile 2015 | 00:05

Animali mutanti OVUNQUE compiono una strage di quel
le che non si dimenticano                            
Sto traslocando e scrivo così a singhiozzi che non riesco a scrivere un post per dire che scrivo a singhiozzi. Non ho ancora internet e devo rubare qualche briciola al lavoro, ma mi sento a disagio e non ho la comodità di casetta bella. C’è ancora parecchia confusione ma ci sto imparando a vivere, fare i lavori è faticoso e così devo riposarmi spesso perché gli scrittori hanno fisici gracilini, per di più il divano è molto più comodo di quello che avevo prima e leggere è di conseguenza esperienza ancora migliore.
Parlo poco di libri e boh mi dispiace, ogni tanto mi riprometto di farlo e quando leggo qualcosa di buono accumulo idee e parole in testa per poi trascriverle ma alla fine rimando sempre e rincorro alla svelta il primo film horror sconosciuto che la rete rende disponibile. È capitato poi che un lettore, e avere lettori silenziosi è cosa bellissima di cui mi stupisco sempre, evidentemente esistono davvero e non posso che commuovermi, mi scriva “senti un po’, ciccio, ma libri no, eh?”, e cavolo, sì, una volta lo facevo , quindi eccomi qua a rimediare.

Mi piacciono molto i paperback, non quelli italiani (o almeno non quelli odierni, adoro gli Urania anni Novanta), parlo in generale di quelli inglesi e americani, e nella guerra tra carta e digitale ho paura che se qualcuno ci infilasse in mezzo i tascabili economici, con le loro paginette trasparenti e puzzolenti e la copertina che si arriccia subito, io sceglierei solo questi: credo siano belli da sfogliare e da impugnare, poi, boh, non è che ci sia altro, ed è una cosa strana perché non mi capita con gli altri libri, ai quali continuo a preferire le versioni elettroniche.
The Montauk Monster è il primo mass market di Hunter Shea, autore yankee, ha una lunga lista di titoli alle spalle con cui si è ritagliato un buono spazio e se adesso ha firmato per Kensington Books significa ottime cose per il futuro. Futuro suo perché a pubblico e money non si dice mai di no, ma soprattutto futuro nostro, o almeno mio, perché l’orrore di mr Shea è un qualcosa di così radicato negli eighties che quasi mi ha fatto emozionare: un horror tascabile può essere etichettato facilmente in questa maniera, una storiaccia di mostri e violenza, quella purissima serie b schietta e brutale di cui io non posso fare a meno, ma è ben altra cosa riuscire a tenere botta per due o trecento pagine scrivendo di quei mostri e quella violenza che odorano di certa polvere, scrostando la muffa e dando quella pulita a fondo che rende tutto migliore.


Qui abbiamo a che fare, a partire da fatti ehm realmente accaduti, con esperimenti governativi, virus che si spargono senza pietà e divorano l’organismo, animali modificati geneticamente e incrociati con altri animali per ottenere bestie ferocissime da impiegare in guerra, poliziotti buoni e militari cattivi, piccole cittadine dove tutti conoscono tutti e, be’, così tanto, tanto sangue che a tratti sembra che il romanzo stia sgocciolando per terra.
In occasioni come queste non è mai la storia a convincere, è giocoforza un concentrato di qualsiasi cosa si possa aver visto e letto negli ultimi vent’anni: il bello lo si ottiene nei dettagli, nelle sfumature e in generale nell’esperienza con cui certi autori si costruiscono carriere chilometriche e ricchissime di titoli che non mirano in alcun modo a rivoluzionare l’horror ma che mantengono una media quasi sempre alta. Dai vari moderni come Brian Keene, Bentley Little ed Edward Lee, o dagli inossidabili del passato come Brian Lumley, John Saul e Richard Laymon, quei macinaparole inossidabili in grado di vomitare due o tre romanzi all’anno, ci si aspettano storie compatte, personaggi solidi e atmosfere sparse con maestria, e tre volte su quattro si può andare sul sicuro, consapevoli che capita raramente di fallire l’obiettivo.
Per Hunter Shea il discorso è simile e, pur con alcune mancanze che gli vietano ancora uno score perfetto, ci sono tutti i numeri per poter fare le cose in grande e poter uscire sempre vincitore da un confronto con i cliché: protagonisti simpatici nel giro di qualche parola, dialoghi secchi ed efficaci che arrivano subito al dunque, un plot semplice e sicuro ma gestito con un ritmo invidiabile, un’atmosfera nostalgica nel rievocare i sapori di un immaginario che rimarrà sempre fondamentale, e quella virgola di personalità utile ad annullarne i vari difetti.

Se infatti non piace poi moltissimo l’eccessiva serietà della vicenda, che sfigura lievemente una progressione narrativa fin troppo compatta e scolastica, a stupire e a tenere insieme il quadro ci pensano un body count sconvolgente e un livello di gore sempre altissimo ma che, a braccetto con la totale mancanza di ironia, scansa qualsiasi esagerazione e crea un’eruzione di squartamenti ed esplosioni di viscere puntali e impeccabili.
Corpi che a causa del batterio killer esplodono dopo aver spruzzato litri di sangue in geyser senza fine, i morsi delle bestie che strappano e mutilano sempre con enorme accuratezza anatomica, tra mannaiate in mezzo alla fronte e decapitazioni le uccisioni sono costantemente atroci, le strade letteralmente sono ricoperte di cadaveri spappolati… non c’è fine al fiume di ultraviolenza che si sa però distinguere per la purezza di cui è composta: nessuna depravazione, nessuna morbosità, solo semplice, variopinto e ingegnoso splatter.


Il resto è un bel rincorrersi di scontri armati, persone che fuggono e laboratori segreti svelati da decine di punti di vista di personaggi spesso anche usa e getta, utili ad arricchire il contesto con qualche informazione per poi spargere il cervello contro qualche muro. I due eroi hanno la giusta caratterizzazione, magari lui è fin troppo squadrato dal cliché del good cop ma in fondo ha carattere e la sua ingenuità ha un che di tenero, mentre lei, sicuramente comoda per certi risvolti, è grintosa nonostante la disabilità che porta senza che questa ne sovrasti la personalità: insieme formano la classica coppia dove l’uno colma le lacune dell’altra e viceversa, e trainano un bel cast di quelle che in fondo sono solo brave persone che dispiace parecchio vedere morire.
Shea scrive bene, è incisivo e rapido (e il suo inglese è molto scorrevole e intuitivo): a una simile lettura non si può richiedere altro. Chiaro, la probabile imposizione editoriale di toccare le 350 cartelle gonfia fin troppo la vicenda di personaggi extra, la loro accessorietà funziona fino a un certo punto e infatti anche la carne da macello, per quanto buona, dopo un po’ inizia a puzzare. Ma non è un delitto e ci si può convivere, come si può resistere al calo qualitativo man mano che il mistero inizia a trovare un perché proprio in virtù della bravura di Shea nel piazzare certe scudisciate laddove fanno più male (su tutto, la parte conclusiva in barca, una cinghiata ).

Per me è buon autore da tenere d’occhio, i margini di miglioramento sono evidenti e promettono grandi sviluppi, così come sono evidenti certi limiti che però sono anche la forza stessa dei suoi lavori. Tortures of the Damned esce fra un paio di mesi, vedremo dopo i mostri radioattivi e le varie haunted houses del passato come se la caverà con apocalissi e cannibali.


Lista della spesa

Con The Montauk Monster Shea ha scritto in tutto otto romanzi, più vari racconti e raccontini. Vediamo un po’ le cose più curiose che offre il suo scaffale e cosa potrei mettere nel carrello prossimamente, tutto pubblicato da Samhain.

SwampMonster Massacre: è il romanzo che più mi ispira anche se la copertina così tremenda me ne ha allontanato fino a questo momento. Scimmie giganti assassine, paludi inospitali, vari riferimenti pubblicitari a gore, gore e ancora gore, l’idea è quindi quella di un old school horror proprio come The Montauk Monster. Si può chiedere di più?


Hell Hole: un western horror dove le leggende sulle ricchezze contenute in una miniera abbandonata fanno quasi passare in secondo piano altre leggende, ben più concrete, sulle entità che vivono nascoste nel buio. L’ambientazione è succulenta e l’idea di un bel mostrone rintanato in una miniera richiamo anche certi sotterranei lovecraftiani che non smettono mai di incuriosirmi. Mi comprate con poco.






Island of the Forbidden: qui abbiamo a che fare con un horror che richiama ancora certo Lovecraft ma anche una sorta di tradizione legata ai fantasmi e agli orrori sepolti nel passato. Un’isola dove è stato compiuto un massacro, una famiglia strana e inaccessibile, un’estranea che entra nella loro vita… gli ingredienti sono come sempre ben riscaldati ma il profumo che esce dal pentolone mette appetito, eh.

Poi, per esempio qui, ci sono dei racconti gratis, giusto per farsi un'idea, ché poi tornate a raccontarmi.

2 commenti:

  1. Beh, accontentare un lettore silenzioso nonostante il momento di trambusto personale?
    Sentiti ringraziamenti :-)

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    1. eh, ma hai detto giusto, devo impegnarmi e scrivere di più :)

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