martedì 21 maggio 2013

The Impossible Moffat: Doctor Who – stagione sette, seconda parte (2013)


2013, UK, 9 puntate, 45 min. cad. 
Creato da: Steven Moffat 
Network: BBC 

Nonostante tutte le premesse e le acquoline dovute, rispettivamente, all’avvicinarsi del cinquantennale, a una trama orizzontale che profumava di drammone epico e soprattutto a una nuova companion, l’unica cosa che realmente mi interessava per la reprise di questa settimana stagione era una cazzo di maggior qualità e soprattutto continuità tra gli episodi, perché sì, si fa presto a dire che quelli che portano la firma di Moffat sono bellissimi, e infatti sono molto belli pure qui (The Snowmen e The Bells of Saint John, un po’ meno il comunque discreto season finale The Name of the Doctor), ma la loro assoluta superiorità è oltre, talmente oltre che le altre puntate, se non facessero comunque già di loro schifo, appaiono come stupidaggini per bimbetti, target al quale, complice anche i due odiosissimi bambini introdotti da Neil Gaiman, pare in fondo essersi direzionata, magari non intenzionalmente, buona parte della serie.

Via l’estrema complessità, via la schizoide tortuosità, via le stramberie funamboliche che avevano arricchito così tanto la stagione precedente, ciò che resta adesso, soprattutto a livello emozionale, è davvero poca cosa, e la sbavante impazienza settimanale è stata disgraziatamente sostituita da una misera, pallidissima e demoralizzante speranza che la prossima puntata non faccia cagare come la precedente.

E questo perché non mi va di chiacchierare sulla trama principale, che è interessante e avvincente nello stesso modo comunque in cui è esageratamente spezzata e priva di qualunque pathos per reggere quell’epica drammaticità e quel dolore galattico provato dal Dottore, sono troppi i filler che non dicono nulla, toppe inutili, noiose e prive di un’atmosfera adeguata, eccessivamente spensierate e bonarie – non che questo sia per forza un male, se il team di sceneggiatori avesse mostrato un maggior coraggio e una strampalata follia, come si faceva in passato, tutto sarebbe stato assai benvoluto, l’episodicità in fondo è sempre stata caratteristica di Doctor Who e non avrebbe di certo senso farne a meno, ma così come sono gli one shot distruggono di fatto una continuity necessaria a dare forza e mordente al mistero legato al nome dell’ultimo Time Lord. Episodi inguardabili come Rings of Akhaten, Cold War e Nightmare in Silver pesano smisuratamente sulle spalle di una stagione che già nella prima parte aveva arrancato parecchio (A Town Called Mercy, Dinosaurs on a Spaceship) e che ora non possiede alcuna puntata memorabile, avventure che sembrano poco più di un manierismo un poco ironico, un poco sci-fi, un poco horror (Hide, Journey to the Center of the TARDIS, The Crimson Horror) ma basta, storielle semplici e tutto sommato godibili ma che, a dircela tutta, hanno l’unico pregio di non essere orribili, e a questo si è costretti ad aggrapparsi.

E a poco è servito anche l’ingresso di Jeanne-Luise Coleman, che è brava e spiritata e misteriosa quanto basta negli episodi scritti da Moffat, e sai che novità, ma che tipo resta immobile ed è inutilmente innocua in tutti gli altri – chiaro quindi che il suo personaggio non riesca mai realmente a ingranare, soprattutto quando diventa necessario quel legame con lo spettatore, quella maledetta affinità per stuzzicare lacrime e dolori quando bisogna sostenere la verità svelata nell’ultima puntata, un legame che in passato ha permesso di fare season finale, se vi ricordate, in cui Tennant e Billie Piper PIANGONO per mezz’ora su quaranta minuti ed era una puntata epocale e indimenticabile, un legame quindi che non si può, non si può instaurare se le avventure di cui è co-protagonista fanno cagare e la mettono miseramente in secondo piano. E dispiace, dispiace tantissimo che non ci siano più i Pond, sarà forse un fattore nostalgia, sarà una semplice virgola di fastidio per la nuova arrivata, ma quell’accoppiata era semplice e funzionale, era simpatica e buffa, niente più ma un trampolino perfetto, completo, per la comicità di un Matt Smith che qui rimane sempre e comunque bravo, ma privo di dialoghi, battute e comportamenti adeguatamente fuori di testa non è che possa fare molto.      

Okay, dài, c’è il bel cliffhanger che prosciuga saliva e palpitazione rimandando al novembre prossimo per il mega episodio del cinquantennale, ma poi? 
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giovedì 18 aprile 2013

They have done the impossibile: Spartacus – War of the Damned (2013)


USA, 10 episodi, 55 min. cad.
Creato da: Steven S. DeKnight
Network: Starz

Impossibile parlare di Spartacus senza usare parole esagerate e muscolose, ma se la serie tra le più eccessive mai viste in tv deve molto della sua sostanza al sudore, ai bicipiti e ai glutei maschili e femminili, che a Roma, si sa, a quei tempi non si facevano poi molte differenze, mi ritrovo costretto a fregarmene tranquillamente dell’abbondanza sfacciatamente gratuita sbandierata in apparenza come sudario sotto il quale far sparire leggerezze, superficialità, mancanze tecniche e storiche, perché, cazzo, Spartacus è tra le cose più belle mai viste, ed è per certi versi capolavoro televisivo e non tanto per le sculacciate zozzone o per le secchiate di viscere e sangue, ma proprio per l’epicità, per la tragedia, per la drammatica e altisonante regalità dei personaggi, perché per quanto possa sembrare assurdo e fuori luogo per una storia che punta moltissimo sull’impatto visivo di uomini nudi et muscolosi vs uomini in gonnella et sandali, sono proprio i personaggi, sia maschili chee incredibilmente femminili, il suo fulcro, il suo nocciolo, personaggi con un carisma stratosferico che Steven S. DeKnight, marpione che ha imparato a conoscere cosa vuole il pubblico con anni di sceneggiature per Buffy e Angel,  modella attraverso dialoghi maestosi e roboanti, duelli verbali che sì, sembrano uscire da un disco dei Manowar, ma incantano e tengono incollato accrescendo il tifo che, tipo dopo la prima puntata, viene naturale fare.

Strana scelta, quella operata da Starz, nel voler chiudere una serie veramente così nuova nel panorama televisivo dopo solo tre stagioni, più una mini a farne da prequel, la penna di DeKnight e il suo team di sceneggiatori aveva cartucce d’inchiostro a sufficienza per far sanguinare ancora copiosamente le vie di Roma per parecchio altro tempo – d’altronde, concentrandosi sui caratteri, viene miracolosamente fin troppo facile mettere un carisma contro un altro e farli scontrare di puntata in puntata con un bordello di tette e teste mozzate a fare da contorno –, tuttavia Spartacus si ferma alla terza tornata, e War of the Damned è sicuramente la stagione migliore, dieci episodi che raccolgono il meglio del meglio e lo frullano per una sinfonia tra il tragico e il solenne che, in più di un’occasione, diventa tipo la cosa più epica di ogni tempo, perché se i villain di turno sono sempre apparsi come figure tormentate, subdole, arriviste o talmente arroganti da non accorgersi della loro debolezza (Glabro, Solonio e ovviamente l’indimenticabile Batiato, forse il solo, vero protagonista della prima stagione e delle mini Gods of the Arena), per il gran finale il lavoro psicologico nella definizione di Crasso e Cesare è meticoloso, ne escono uomini di ferro, potentissimi, boriosi e sfrontati sia quando mossi dal senso dell’onore sia dalla più selvaggia giovinezza.

E con personaggi di questo calibro DeKnight non ha di certo paura nell’indugiare sui precisi dialoghi, già in passato lunghissimi e imponenti, ora pressappoco infiniti, che sempre, pur girando attorno a tematiche tipo honour and glory, fight for blood e rise the sword, rendono le discussioni, le diatribe, gli scontri verbali accesi e complessi, profondi e intriganti – al di là delle classiche, eroiche orazioni per incitare i rispettivi eserciti alla lotta, la stima reciproca provata tra Crasso e Spartaco raggiunge vette di notevole lirismo, così come l’amicizia/odio tra Spartaco e Crisso, o l’ipocrisia di Tiberio e il suo gioco sleale verso Cesare e il padre. E di fronte a tante attenzione dialogica non importano, davvero non importano le tante sbadataggini, i dettagli poco accorti, le imperfezioni sentimentali, le lacune geografiche e quant’altro (se nella seconda stagione Spartaco e compari scalavano il Vesuvio in venti minuti adesso costruiscono dal nulla e in zero secondi un’immensa arena, per non parlare della velocità con cui percorrono in lungo e in largo la penisola, a piedi e con chilometri di coda di schiavi liberati).

Il resto, be’, il resto è Spartacus, l’orgia gratuita, esagerata, spesso davvero sproporzionata di sesso e sangue fa parte dell’opera, e sarebbe ingiusto criticarne anche il più piccolo aspetto, ma se a livello di nudi maschili e femminili ci troviamo sicuramente a un gradino inferiore rispetto al passato, anche la violenza pare essere stata ridimensionata rispetto a certe vette allucinanti toccate nella stagione due (quelle dita che entrano nell’addome modello Ken il guerriero e torcono un pezzo d’intestino per torturare quel povero disgraziato mi perseguiteranno per sempre) per la creazione di un’atmosfera ancora più personale e disturbante – momenti straordinari come la battaglie a scorrimento orizzontale e soprattutto la devastante decimazione dei codardi romani lasciano estasiati e mortificati allo stesso tempo da un impatto visivo che raramente, prima d’ora, tanto in tv quanto al cinema, aveva giocato con tanta inventiva con violenza primigenia e geyser di sangue, atmosfere plumbee e ossa che fuoriescono spezzate, sempre mantenendo costante il tono aulico e solenne dell’opera.

L’esaltazione è strumento necessario per godersi appieno quella che in fondo è soltanto una tamarrata galattica, ma così densa di pathos, pur nella sua volgarità, da diventare tassello importante nell’evoluzione televisiva. Da rivedere, coi lacrimoni, i pugni alzati e gli occhi fuori dalle orbite, incitando Crisso e Gannico a gonfiare i pettorali e a dare mazzate viulentissime sulle crape romane.

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venerdì 12 aprile 2013

For the King! Crociata spaziale, di Poul Anderson (1960)


Ci sono libri che hanno carattere, e non è tanto una questione di spessore, di robustezza, di capacità stilistica, ma più che altro una capacità di trasmettere buone vibrazioni, di creare una fortissima alchimia tra narratore e lettore che frantuma e va ben oltre i difetti, le mancanze, le ingenuità. Non serve di sicuro presentare PoulAnderson, una carriera sterminata di hard sci-fi con decine e decine di titoli può parlare da sola, e mi è comunque difficile indagare più a fondo conoscendo molto poco l’autore, di cui ho letto giusto qualcosa e che ho piacevolmente reincontrato in questi giorni, con la simpatica lettura di Crociata spaziale, romanzo targato 1960, una storia scritta sinceramente molto male e traboccante di imperfezioni di ogni tipo, ma che possiede quel quid che mi ha fatto sorvolare su tutto ciò che non andava per la magia, e in fondo per la semplicità, di quest’irresistibile vicenda che prende vita nel 1300.

L’Inghilterra è pronta a invadere la Francia, fervono i preparativi per la grande battaglia, ogni villaggio è pronto a mandare uomini valorosi per schiacciare il nemico, quando un’astronave atterra in un paesotto governato dal barone Sir Roger de Tourneville: gli alieni sono brutti, tecnologici, bellicosi e pronti al massacro, ma sorprendentemente gli inglesi, questo scalcagnato baraccone di soldati armati di spade e archi, ha la meglio, uccide gli invasori, si prende l’astronave e parte alla conquista della galassia. Lo spunto è molto simpatico, e soprattutto nella prima parte, quella squisitamente più spassosa, Anderson dipinge bene la scena, le immagini dell’intero paese, uomini, donne e bambini, che salgono a bordo della navicella, ne imparano tragicomicamente i comandi, cercano di convincersi che non è opera dello dimonio, sono molto vive nel loro essere buffe, trainate dall’arroganza militare, dall’estro nobiliare, dal carisma di Sir Roger, a cui nessuno riesce a dire di no.

La storia rimane comunque su binari discreti, nella seconda metà si fa più seriosa, l’opera di conquista di Sir Roger è motivata da questioni giuste e oneste, viene meno il rocambolesco divertimento, sostituito da una certa tensione drammatica nei molti scontri spaziali e nelle vicende sentimentali che si intrecciano alle battaglie, ma tutto ruota bene, almeno a livello di concetto, verso un finale asciutto e legittimo. Dispiace quindi che sia proprio lo stile a rovinare, per certi versi, ogni cosa: Anderson racconta, racconta e racconta senza mai mostrare nulla, a tratti addirittura riassume gli avvenimenti, e quindi si rimane abbastanza perplessi di fronte a una scrittura superficiale, veloce, senza alcun mordente, che inizia facendo il verso a quell’elaborata narrazione medievale ricca di aggettivi e di giri di parole, ma abbandonata dopo poco anche in maniera un poco sleale – nel giro di una cinquantina di pagina si arriva a parlare di energia, di missili, di astronavi, e si perde quella simpatica paura che il buon prete narratore metteva in ogni descrizione di oggetti sconosciuti.

Eppure, come scrivevo all’inizio, vuoi i personaggi teneramente simpatici dopo tre righe, vuoi gli avvenimenti semplici e incastrati con una meccanica perfetta, Crociata spaziale è lettura spesso trascinante, che si divora in poche ore. 
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martedì 9 aprile 2013

Good evening: Hitchcock (2012)


USA, colore, 98 minuti 
Regia: Sasha Gervasi 
Sceneggiatura: John J. McLauglin 

A giudicare dal suo curriculum, Sascha Gervasi sembra un tizio strano e imprevedibile, uno di cui dev’essere impossibile indovinare il passo successivo tanto nel cinema quanto, boh, in qualsiasi altro campo: roadies degli Anvil fino all’86, fonda i Future Primitives e vi suona la batteria per poi lasciare la band poco prima che diventi famosa everywhere come Bush, scrive la sceneggiatura del bel The Terminal di Spielberg, dirige il commovente documentario sul comeback discografico degli Anvil e ora lo ritroviamo con questo Hitchcock, che, per quanto il titolo possa farlo erroneamente pensare, non è un biopic sul Maestro, ma una sua precisa immagine durante la realizzazione del capolavoro Psyco, momento travagliato e difficile che vede un confronto tra il grande regista e un’alleanza di studios, pubblico, attrici e moglie.

In una pellicola molto sensibile e di gran gusto, Gervasi inquadra un Anthony Hopkins divertito trasformista ottantenne nei panni di un uomo fermamente deciso, conscio della propria grandezza così come della forza che trova nella moglie, continuamente tentato dal fascino femminile, che trasforma in un’ossessione, in una soffocante dipendenza, capacissimo di fare di testa sua senza inflessioni esterne e di andare avanti contro tutti ma orgogliosamente debole e borioso di fronte a certe difficoltà e agli errori sventolatigli di fronte. Ne nasce un film elegante e attento tanto alla figura del grande regista quanto a quella bellissima e colorita della moglie e collega Alma Reville, donna forte e decisa, che ha sempre vissuto nell'ombra del successo del marito nonostante il talento, e con la quale proprio in questo periodo lui vive un ambiguo allontanamento affettivo/produttivo. Ben scritto e soprattutto dialogato dal John McLaughling che ha sì sceneggiato il fiacco Cigno nero ma anche molti episodi dell’immenso Carnivàle, Hitchcock è diretto da un Gervasi che si sofferma con classe sul rapporto tra moglie e marito, dipinto meravigliosamente da riflessioni e lunghe conversazioni/discussioni che mettono in mostra difetti e debolezze dell’essere umano, e che documenta con arguta ironia i lunghi e tormentati passaggi che affliggono la nascita di Psyco.

Sicuramente un po’ veloce nella parte squisitamente tecnica, ai retroscena sulla creazione del Capolavoro, esplorati con il giusto equilibrio tra mostrato e raccontato, Gervasi preferisce, anche giustamente, la controparte umana, e i significativi scambi tra Hitchcock e le sue muse, o la libertà presasi dalla Reville, sono momenti pregiati, preparati con sapore realistico e raffinato, costruendo di fatto l’ossatura principale di una pellicola in fondo umile e coi piedi per terra ma distinta come poche.
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venerdì 5 aprile 2013

Non toccatemi il sangue



Ne parlo in ritardo, mi appunto mille cose di cui scrivere e poi finisco sempre per rimandarle, lasciarle in sospeso o, peggio ancora, dimenticarmene del tutto, ma tra le tante è da un po’ che volevo preparare due righe su questa piccola pubblicazione. Non toccatemi il sangue è un’antologia di sei racconti, si parla di un noir umoristico e amaro, di quell’ironia macabra e nerissima capace tanto di divertire quanto di tagliare a fondo senza mai sminuire un aspetto per l’altro, il tutto in un'ambientazione napoletana che dà un tocco di colore estremamente personale.

Ammetto colpevolmente di non aver mai letto Diana Lama prima, ha pubblicazioni per Piemme, Sperling & Kupfer e vari premi vinti, e sicuramente rimedierò in futuro perché aver lavorato con lei nell’editing di queste stilettate elegantissime e di gran femminilità è stata un’opportunità di felice arricchimento. La sua semplicità nel narrare di piccoli delitti e di innocenti cattiverie crea storie che, in fondo, guardano alla normale quotidianità con un occhio irriverente, quello del bambino che cova odio verso l'amante spendaccione della madre, quello della donna che non sopporta più la domestica, quello dell'onesto lavoratore messo in soggezione dal datore di lavoro. Racconti brevi, ben costruiti, colloquialmente scritti con quell'accento napoletano che pare quasi di sentire, semplicemente noir graziosi e di classe.

L'ebook è prodotto da Mezzotints, ha una copertina bellissima dei Diramazioni, costa 1.99 euri e lo trovate su tutti gli store digitali. 

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lunedì 1 aprile 2013

Impossible Movie Project: The Boys (2013)


USA, colore, 139 minuti
Regia: Adam McKay
Sceneggiatura: Seth Rogen, Adam McKay

Il pericolo di trasporre un’opera di Garth Ennis affidandola a due comici è abbastanza palese, il timore che ne esca una semplice commedia hollywoodiana priva non solo dell’umorismo caustico del fumettista irlandese ma anche di tutto ciò che incorpora il suo stile, e si parla ovviamente di scorrettezze umoristiche, ultraviolenza gratuita e un senso elefantiaco del grottesco che difficilmente pare essere adatto al cinema, è piuttosto alto. Fortuna vuole che sia Seth Rogen a prendersi carico di una sceneggiatura meravigliosamente straripante di cattiverie e volgarità – e se non serve dire quanto adori l’attore/sceneggiatore e il suo umorismo così sensibile ai genitali maschili e ai liquidi corporei, è bene sottolineare quanto il suo sproloquiare, quanto il suo dilungarsi trivialmente sul nulla, quanto il suo mettere in fila articolate bassezze e complicate offese di ogni tipo sia pura perfezione per una delle storie più brutalmente taglienti mai scritte da Garth Ennis.

Di tutte le storie supereroistiche, seriose, paradossali o semplicemente ridicolizzanti, The Boys è probabilmente l’unico prodotto che mi abbia in qualche modo svegliato dal sonno generale – che gli uomini in calzamaglia vengano presi per il verso giusto o per il culo, da queste parti si fa gran fatica ad accettare prodotti in fondo incolori o di dubbio gusto umoristico, su tutti quel Kick-Ass che non aveva reale capacità di tenere in piedi l’importante colonna parodistica a causa di un impedimento narrativo che distruggeva ogni buon proposito. Ma i Boys di Ennis non solo fanno il verso caricaturale alle note figure superoistiche, com’è da sempre tradizione dell’autore lo ingigantiscono, lo esasperano ai massimi livelli concessi dal cattivo gusto e dalla violenza – Ennis non ha di certo paura nel rendere l’emblematico stallone di ferro, eroe illustre e ammirato da chiunque, uno spaccone stupratore e misogino senza per forza alterarne il carisma di facciata come sarebbe invece facile fare, non ha alcun timore nel rendere i supereroi bastardi criminali talmente superbi e ossessionati dal loro potere da non aver alcune tipo di limite, e basterebbe soltanto il prologo per rendersi conto della traboccante spietatezza comica che impregna il fumetto.

Prologo che brilla forse anche maggiormente in pellicola e che da solo varrebbe la visione, in questi dieci minuti troviamo un po’ tutto il cinema di Seth Rogen nei suoi botta e risposta senza fine che impattano in una conclusione incredibile nel tragico arrivo di A-Train, che investe e fa letteralmente esplodere la fidanzata di Hughie, il buon protagonista della storia, un perfetto, impacciato, impaurito e sconclusionato Simon Pegg – attore tanto nel film quanto nel fumetto grazie al prestito del suo simpatico faccione ai disegni di Darick Robertson. Ad affiancarlo un granitico Ron Perlman nei panni del mastodontico e inflessibile Butcher, a capo di questi ragazzi, uno squadrone speciale della CIA incaricato di osservare, controllare, intervenire e all’occorrenza uccidere i supereroi ogni qualvolta si fanno, come dire, prendere la mano. È questo lo spunto di partenza per una trama che segue grossolanamente le linee guide del fumetto per poi naturalmente staccarsene e offrire una propria conclusione – ma se le basi paiono semplici, come lineare è in fondo l’intreccio, a colpire e a dare spessore sono la moltitudine di personaggi e la complessa intelaiatura di relazioni, si parla di decine di supereroi cattivissimi e deliranti tutti splendidamente e follemente caratterizzati e tenuti a bada dalla penna di Rogen, aiutato nei dialoghi straripanti dallo stesso McKay.

E non c’è da temere nemmeno sull’impatto visivo, Adam McKay non lesina in quanto a uso emoglobinico e a tour di volgarità sproporzionate, ne impone infatti un eccesso grottesco e fantasioso che trasforma lo splatter in un’arma grafica efficacissima e adatta allo stile corrosivo della storia, dove braccia strappate, pugni che forano casse toraciche, ossa che bucano i muscoli, teste brutalmente mozzate e quant’altro innaffiano abbondantemente lo schermo, così come masturbazioni acrobatiche, fellatio impossibili e disgustosi amplessi canini sono giusto gli antipasti più innocui delle terremotanti scomodità inscenate.

Film eccessivo e umorismo non per tutti i palati, siamo dalle parti di certo pulp smisurato, divertito e grezzissimo, e non bastano di certo i nomi nei credits o la solita carrellata di facce conosciute del palcoscenico comico yankee (da Will Ferrell allo squadrone capitanato da Judd Apatow ci sono tutti, Seth Rogen) per farne un prodotto realmente mainstream per il quale potrebbe essere scambiato.


Sarebbe bello esistesse. E la golosità è tutta dovuta a mr. Giobblin e al suo Impossible Movie Project. Maledetto.

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mercoledì 27 marzo 2013

Mazzate televisive: Banshee – stagione uno (2013)


USA, 10 episodi, 55 min. cad 
Creato da: David Shickler e Jonathan Tropper 
Network: HBO 

Succede che Alan Ball decide finalmente di lasciare quel mortorio agonizzante di True Blood, evviva! L’ha gestito raggiungendo sorprendenti livelli visivi/concettuali per tre anni buoni, poi noia e sbadigli hanno preso il sopravvento sostituendo tutta la bontà di una serie tv apparentemente avanti anni luce con la semplice ripetizione di schemi e provocazioni già ampiamente collaudati – poi devo anche dire che i muscoli di Joe Manganiello (il nome è tutto un dire) mi mettevano un po’ impressione, un po’ come le tette di Anna Paquin, e così io ho mollato questo troiame di fusti e gnocche ancora prima del signor Ball. A ogni modo, lo ritroviamo qualche mese dopo come produttore esecutivo di questo Banshee, che non mostra nulla di curioso in quanto ha un titolo che non c’entra nulla con la trama ed è creato da due totali sconosciuti alla loro prima esperienza in assoluto, ma di mezzo c’è la HBO e quindi diventa istantaneamente must.

E a ragione. Per darne una presentazione molto più terra terra, Banshee sembra portare in tv lo spirito genuino del Joe Lansdale dei tempi d’oro, quello ironico, violento e filosoficamente fracassone, dove i buoni sono brave persone con l’inclinazione del fare a botte per menare i cattivi, solitamente esagerati pezzi di merda razzisti e misogini. Ed è impossibile pensare ad altro in questi 10 episodi che sembrano scritti dal texano in persona: un protagonista irresistibile come Lucas Hood, interpretato da Anthony Starr e dal suo sguardo sghembo, un ladro appena uscito di galera che si ritrova fortuitamente a essere sceriffo di una cittadina governata dietro le quinte da un imprenditore senza scrupoli e da un capo indiano e il suo mega casinò, è personaggio meraviglioso per la schiettezza con cui boxa contro chiunque infranga le leggi del buon senso. Combattimenti lunghissimi e sfiancanti sono infatti l’articolo migliore che offre la serie, risse spettacolari e dolorose, crude ed estremamente sanguinose, che rappresentano l’unico modus operandi conosciuto da Hood: pugili corrotti, centauri criminali,stupidi ladruncoli, gangster europei, chi sta dalla parte sbagliata riceve un sacco di mazzate in un’estremizzazione efficacissima di un classico good vs evil che porta a non aspettare altro, in ogni singolo episodio, che il momento delle sacrosante legnate.

E non è di certo di colpa di una trama orizzontale sbilenca, un poco sbilanciata e in qualche punto priva di una reale meta, dove molti personaggi non trovano giusta espressione (vedi soprattutto il sindaco belloccio, o il ruolo degli indiani fin troppo secondario nella prima metà) e svariate parentesi appaiono sfocate e interrogative (i colpi criminali che Hood, ladro guidato dall’onore, vorrebbe mettere a segno) – i personaggi di Banshee sono talmente ben scolpiti e carismatici, sia nel loro seguire o meno la retta via, da trainare con le loro personalità, le loro battute e i loro cazzotti ogni episodio in una baraonda di ironia sagace e grezzume tamarro, esagerata ultraviolenza ed esplicito erotismo. Mancheranno di sicuro quelle sfaccettature e quell'attenzione fisicamente psicologica del Lansdale migliore, ma tutta gira e rulla con un utilizzo di elementi talmente elementari che tutto il resto diventa accessorio, e non servirebbe nemmeno l’interessante e a tratti personale regia, che non esita a lanciarsi in lunghi, e anche spettacolari, piano sequenza, per ruggire coi pugni al vento sperando che qualche brutto stronzo rubi una caramella al proverbiale bimbetto per far intervenire lo sceriffo Hood e i suoi calci a rotazione. 
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venerdì 22 marzo 2013

Wu-Tang Clan meets Hong Kong: The Man with the Iron Fists (2012)



USA, colore, 110 minuti 
Regia: RZA 
Sceneggiatura: RZA, Eli Roth 

Nonostante il successo raggiunto più o meno in qualunque cosa abbia messo mano, il sogno proibito di RZA, il leader de facto del Wu-Tang Clan oltre ad avere una buona carriera solista, essere produttore rinomato nel nigga-universe, autore delle colonne sonore degli ultimi film di Tarantino e simpatico attore, è quello di dirigere un film, ma non un film qualsiasi, bensì un film di arti marziali nel puro Hong Kong style, quel wuxia mischiato a certo fantasy folkloristico, cosa che insomma, hai in mente di fare se sei cinese e hai, come dire, la cultura cinese nel sangue, ma lui è grande estimatore del genere e quindi scrive, riscrive e revisiona per anni una sceneggiatura assieme a Eli Roth, si costringe ad accantonare l’ambiziosa idea di realizzare una pellicola di oltre quattro ore per poi dividerla in due parti che deve essergli venuta in mente guarda caso mentre musicava Kill Bill, riesce a racimolare un 20 milioni di budget e parte per Shangai dove praticamente fa ogni cosa: dirige, rappa, tarantina un po’ e recita.

Ora, per poter trattare certo materiale, si parla in fondo di un rapper negro con le braccia steampunk e un tizio sadomaso che si chiama X-Blade che nel XIX secolo prendono a mazzate cinesi volanti e uomini d'oro, e uscirne con un prodotto valido, non è che si debba per forza chiamarsi Tarantino, ma sicuramente aiuta – tuttavia RZA, per quanto cerchi di alzare il tiro ogni tanto, non supera mai il livello del puro omaggio reverenziale e riesce così a tirare fuori un film tutto sommato dignitoso e, nonostante l’estrema serietà che lo pervade, parecchio divertente. Il metodo in fondo è semplice: trama rosicchiata e banale di vendette amorose, senso dell’onore, rivalsa spirituale e poco più, ma più che buona gestione dei mezzi con personaggi dotati del giusto carisma, duelli ben coreografati, soprannaturalità weird molto gustose, ultraviolenza giocattolosa e gran crescendo epico.

Il mix quindi funziona nonostante la quasi paradossale atmosfera assai composta e severa, perché se l’ironia che talvolta esce è soltanto a livello di piccoli scambi di battute tra personaggi, RZA si prende decisamente sul serio anche filmando un obeso Russell Crowe che squarta giganti con la sua assurda arma. Va quindi detto che l’unico forse a non rullare al 100% è proprio RZA, troppo cupo e depresso nel battere il ferro per forgiare armi nemiche e poco eroe quando indossa i guantoni metallici e spappola crani – un conto infatti è se fai il produttore negro pieno di soldi e pieno di figa, cioè te stesso, in Californication, ben altro è se fai un reietto che combatte per amore contro i cattivi più malvagi ever. In compenso si destreggia decorosamente dietro la macchina da presa, con un buon taglio nelle scene e un occhio deciso, sicuro e anche un poco personale nella prima metà, e con un maggior virtuosismo, non sempre adeguato ma comunque interessante, nella seconda, con split-screen e a go-go e belle scelte cromatiche.

Esce in Italia a maggio, preparate i pugni di ferro che conservate nel cassetto e allenatevi nel freestyle, yo!      
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martedì 19 marzo 2013

Bruce Willis Day: Il mondo dei replicanti (2009)



USA, colore, 88 minuti 
Regia: Jonathan Mostow
Sceneggiatura: Michael Ferris, John D. Brancato

Può sembrare scelta poco opportuna, in fondo per festeggiare il compleanno di uno dei più carismatici eroi di film action potevo pescare qualcosa di assai più rappresentativo di una filmografia piuttosto consistente, ma se nel dovuto respect al più duro di Hollywood si può anche sconsigliare un passo falso tra gli ultimi (tanti) compiuti, lo faccio soprattutto nell’inchino ossequioso verso un passato folgorante che purtroppo tale sembra rimanere, perché nonostante la capacità di reinventarsi tra commedie, camei citazionismi e divertiti e film di gran spessore (Il sesto senso, Moonrise Kingdom), è probabilmente dal lontano 2000, per quanto ogni tanto spunti fuori l’ennesimo, ahimè superfluo Die Hard, che a mr. Willis manca veramente quell’opera in cui, da fottuto protagonista, possa fare il culo ai cattivi come solo lui sa fare.

Prendiamo questo stanco Surrogates, già inutile a partire dall’italianizzazione del titolo, che sfrutta l’idea originale della graphic novel omonima per uno scenario sofisticato e inusuale, dove l’intera umanità preferisce trascorrere la vita nei panni di cloni/surrogati giovani e belli che la vivono al posto loro,  tuttavia gestito solo come la piattezza yankee sa fare, ovvero spogliandolo di ogni profondità non per forza filosofica ma anche solo di un minimo di lavoro psico/sociologico che sia in grado di creare quella tridimensionalità necessaria a rendere credibile e vivo lo spunto di partenza. Michael Ferris e John D. Brancato, da sempre scialacquati sceneggiatori privi di alcuna grazia narrativa (gli ultimi due Terminator, Paura primordiale, diobono persino Catwoman) imbastiscono una qualunquissima storia di sciatti omicidi presto risolti con altrettanta superficialità investigativa, evitando di dare personalità ai personaggi, evitando di scendere nei dettagli, evitando di dare mordente a quella che è in fondo una pellicola estremamente breve (poco più di 80 minuti), e che nemmeno il (poco) mestiere di Mostow sa riequilibrare, limitandosi a un compitino semplice semplice, rapido e poco impegnativo come lo dimostrano anche le varie sequenze di inseguimento, spicce e di nessuna sostanza.

In questa pozzanghera di idee, Bruce Willis si distingue più che altro perché porta due diverse acconciature, un’elegante riga in parte che lo fa stranamente assomigliare a Benedict Cumbebatch biondo e una pelata sporca e sudicia su di un pizzetto sfatto e grigio, unici elementi bene o male interessanti del film – per il resto infatti piagnucola con la moglie che non gliela dà più e fa troppo poco a pugni per essere veramente un duro anche se si ritrova a essere l’unico essere umano che vive e combatte contro l’intera umanità di surrogati (e parlo letteralmente). Del macho di una volta, di quella sua forza schietta e genuina, di quella sua ironia acida e disfattista, rimane oggi poco...

Il mondo dei replicanti non è per forza un film brutto, è semplicemente un’opera talmente media da essere inutile, e dispiace dire che la carriera di Bruce Willis, un tempo John McClane, Joe Hallenbeck, Butch Coolidge,  James Cole e Korben Dallas, sia da tempo incanalata nello stesso tunnel della mediocrità dal quale si spera riesca a uscire il prima possibile, per vederlo lottare di nuovo, e da solo, contro interi eserciti criminali armato soltanto della sua canotta sporca.  


E gli altri che festeggiano mr. Bruce? Eccoli:

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venerdì 15 marzo 2013

Journey to the West: Conquering the Demons (2013)


HK, colore, 110 minuti 
Regia: Stephen Chow, Chi-Kin Kwok 
Sceneggiatura: Stephen Chow, Chi Keung Fung, Xi Huo, Ivy Kong, Chi-Kin Kwok, Shig-Cheung Lee, Zhengyu Lu, Yun Wang  

Non c’era dubbio che il ritorno di Stephen Chow potesse fare tanto baccano, Journey to the West: Conquering the Demons sbanca i botteghini e si porta a casa critiche sfavillanti mostrandosi pellicola ricca di sfumature tanto nel suo essere prequel del dittico insuperabile di A Chinese Odissey, e quindi omaggiando simbolicamente e strutturalmente il capolavoro assoluto di Jeff Lau che vedeva proprio Stephen Chow come protagonista, tanto nel portare un gran bagaglio di freschezza comica e visiva nel trasportare in immagini uno dei più gradi classici della letteratura cinese.

Nel seguire quindi le tragicomiche peripezie dell’aspirante monaco buddista Xuanzang, volenteroso ma fin troppo onesto cacciatore di demoni, si rimbalza felicemente tra mitologia e arti marziali, folklore ed epicità drammatica, ironia caciarona e tanta azione, con quell’approccio slaptstick e surreale che da sempre si riconosce nel cinema di Chow, che qui dirige in coppia con il bravo Chi-Kin Kwok e scrive la stravagante sceneggiatura con altre 14 mani (!). Pesci giganti, cinghiali mostruosi, scimmie vendicative e Buddha giganteschi rappresentano il bestiario contro cui si ritrova a combattere il tenace e sfortunato Xuanzang, in una girandola sempre vispa e colorita di botte, combattimenti, trappole, inseguimenti e simpatica violenza, il tutto costruito con una struttura semi-episodica, dove alla ricerca e alla sconfitta di un demone ne segue un’altra dotata di vicenda propria, per quanto alla fine la trama complessiva trovi adeguato collegamento in virtù del mega-boss finale.

Piace moltissimo la bizzarra storia d’amore che si viene a creare tra Xuanzang e la collega Bai Gu Jing, si esce dai soliti schemi sentimentali con una lei tenacissima e scoppiettante nello scovare idee su idee pur di conquistare il timido e refrattario monaco – ne nascono momenti di ispiratissima commedia (il rapimento nel bosco e tutto quello che ne consegue) anche senza per forza ricorrere alle strampalate esagerazioni narrative o ai collaudati tecnicismi visivi tipici di Chow. La pellicola, infatti, forse proprio per la co-regia con Kwok che crea un ibrido vincente ed equilibrato, scorre ritmata e veloce, sicura e decisa in una sequenza di ottime scene magistralmente pensate e dirette (il divertentissimo scontro con il demone-pesce) e raggiunge il culmine con la superlativa, planetaria e potentissima ending battle, dove la pazzia di Chow, nonostante una CG che appare vecchiotta e finta, fuoriesce nella sua, letterale, grandezza.  
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