martedì 22 aprile 2014

They live


Da un po’ di tempo ho deciso di uscire dal giro, dell’editoria mi sono reso conto che mi trovo molto più a mio agio come semplice lettore e, ehm, scrittore, che come addetto ai lavori. Sarà un periodo passeggero o magari è imboccata finale, questo non lo so mica, ma è sicuramente un gran poter dedicarsi a quello che in fondo ci si accorge piacere davvero, e se una volta, quando con Edizioni XII si scrutava il mercato editoriale italiano a mo’ di Nicolas Cage con la sua torcia immortale a squarciare luoghi bui, il piacere stava proprio nell’editare e correggere romanzi e racconti comunque consci, non importavano mai la fatica e il tempo, che il pubblico era così piccolo da poterlo contare con le dita, adesso meglio far semplicemente parte di quel pubblico nella speranza che magari sia cresciuto o ci siano buone prospettive per farlo.

Così, terminata la collaborazione con Mezzotints, che continua a fare buone cose e a cui auguro il meglio del meglio, di queste prospettive ce sono due, nate da poco e subito partite a razzo come non ci fosse un domani – che in realtà è un po’ come dire che quel domani, se non lo si tira su adesso, mica lo fanno gli altri.

mercoledì 16 aprile 2014

L'assassino è quello che canta in growl: Stage Fright (2014)


Canada, 89 minuti
Regia: Jerome Sable
Sceneggiatura: Jerome Sable

Ci aveva già provato quel caprone di Darren Lynn Bousman, e a dirla tutta ne aveva tirato fuori un film più che dignitoso, Repo! - The Genetic Opera coniugava musical e horror con una bella verve, c'era genuinità e divertimento, la trama era un'essenzialità perfetta per le canzoni e i protagonisti innalzavano grandiose lodi al metallo. Qualche anno dopo ci è ricascato, ma The Devil's Carnival era pressoché inguardabile e inascoltabile proprio perché venivano a mancare le buone intuizioni del precedente esperimento: storia inesistente, canzoni brutte e niente metallo mi rendono infelice, e così ci avevo messo una pietra sopra, pensando che nessuno avrebbe più avuto il coraggio di tentare nuovamente questa strada quando l'unico accostamento che si riesce ancora a fare nel 2014 è solo con un certo The Rocky Horror Picture Show.

giovedì 10 aprile 2014

La fantascienza che anche no grazie: Upstream Color (2013)


USA, 96 minuti
Regia: Shane Carruth
Sceneggiatura: Shane Carruth

Faccio un po’ di fatica a inquadrare Shane Carruth, tra la devastante originalità concettuale delle sue proposte e l’eccessivo ermetismo con cui le (s)compone non mi muovo proprio benissimo come invece sembra fare certa critica, che pare amarlo incondizionatamente. Non si tratta di sano scetticismo o di un qualche bisogno di contrariare l’opinione che va per la maggiore, ma di una riflessione sugli strumenti che il regista/sceneggiatore/attore usa per creare storie estremamente complesse, motivate da spunti insoliti e innovativi, ma di difficile, difficile assimilazione, cosa che non vorrei mai lo portasse a essere apprezzato perché in qualche modo superiore (se è in grado di mettere insieme dei film del genere chi cazzo sono io per criticarlo?) e quindi inattaccabile.

mercoledì 2 aprile 2014

Why don't you play in hell? (2013)



Giappone, 126 minuti
Regia: Sion Sono
Sceneggiatura: Sion Sono

Finalmente lontano dal vortice morboso che rischiava di farne affondare bravura, ingegno e soprattutto la lucidità di uno sguardo piuttosto unico nel panorama giapponese, è un piacere riscoprire Sion Sono alle prese con tematiche assai più leggere che in passato ma che paradossalmente ne rafforzano e ne esaltano tutti quei tratti (scrittura, gestione dei personaggi, dialogo) che in questi ultimi tempi a stento affioravano sotto strati di lurida sessualità, ostentate perversioni e un'insistita drammaticità. Why don't you play in hell è probabilmente una commedia, ma non è il caso di configurarne forzatamente il genere, d'altronde la mezz'ora finale è una mattanza splatter di furibonda ferocia, ma è proprio nell'equilibrio tra i generi che sta la bellezza di questo film surreale e tragicomico, violentissimo e amaro, dove l'impronta di Sono è ovviamente ben presente e immancabile (l'ingenuità dell'amore adolescenziale da una parte, ma anche certe parentesi morbose dall'altra, come un bacio tra due bocche piene di cocci di vetro o dell'infatuazione impossibile tra l'adulta Ikegami e l'ancora bambina Mitsuko) ma fortunatamente libera da quella pesantezza forzata e insistente, da quella ricerca buia e abissale dei pruriti umani che avevano fatto precipitare thriller altrimenti tostissimi (Cold Fish e Guilty of Romance), ma anche lirici drammoni umani che davvero, meglio Buona Domenica (Himizu).

martedì 25 marzo 2014

Il respiro della cenere, di Jean-Christophe Grangé (2013)


Garzanti, 437 pagine

Grangé sembra voler mantenere un bel ritmo, un solo anno ci separa dall’ultimo, ottimo Amnesia, e il rischio è chiaramente quello di una qualità incostante: un autore della sua taglia non ha bisogno di tale velocità, quantomeno non come il suo editore, eppure mi è impossibile appoggiare le molte critiche piovute addosso a Il respiro della cenere, anzi, in molti passaggi il suo ultimo lavoro raggiunge certe vette spesso toccate in passato pur non brillando nella sua interezza e apparendo indubbiamente sfuocato.
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