mercoledì 7 gennaio 2009

Custodes Bestiae

2003, Italia, colore, 92 minuti
Regia: Lorenzo Bianchini
Sceneggiatura: Lorenzo Bianchini

Max è un giovane giornalista incaricato di intervistare il professor Dal Colle. Ma la sera del colloquio, il prof. scompare misteriosamente, lasciando a l giornalista una cartellina con delle fotografie e una lettera risalente al 1500. Il giovane, preoccupato, si metterà alla ricerca del professore, cercando di collegare i vari enigmi che gli si presenteranno davanti: un dipinto da restaurare e da decifrare, l’impronta di una mano su una porta e il ruolo di un prete esorcista del passato.

Tra i coraggiosi alfieri di un horror tricolore underground ma genuino, Lorenzo Bianchini è probabilmente il nome più famoso nella povera scena di un certo cinema di genere. Regista da salvaguardare, assieme a Ivan Zuccon e pochi altri impavidi, non solo perché tra gli ultimi esemplari italici, ma anche e soprattutto per la freschezza qualitativa delle sue opere.

Custodes Bestiae è il suo secondo film, un omaggio all’horror italiano di una volta (La Casa dalle Finestre che ridono) con notevoli inserti lovecraftiani che stupiscono in più di un’occasione. Strutturato quindi come un’indagine che, di minuto in minuto, porta alla luce misteri sempre più tenebrosi e inquietanti, Bianchini si assicura l’attenzione dello spettatore attraverso un ritmo serrato e soprattutto grazie a uno splendido script, che semina le giuste informazioni e che ricompone il puzzle senza il bisogno di lunghi spiegoni finali.

È proprio questo il pregio maggiore di Custodes Bestiae. Una graduale discesa nell’horror più puro e incontaminato che trova, nella raccapricciante parte finale, risposte soddisfacenti per tutte le domande poste, evitando sterili cliché cinematografici. Si ha infatti l’impressione che tutto sia calcolato al minimo dettaglio: ogni scoperta di Max, ogni passo avanti del suo aiutante, ogni informazione in più che ci viene fornita sul padre inquisitore, è pensato, scritto e girato con grande meticolosità narrativa.

E piccole sviste, come il costo improbabile delle foto acquistate dal prof. o la caratterizzazione incerta e stupidotta dell’archivista vescovile, spariscono di fronte alla solidità della vicenda.
Meno bene sul versante prettamente registico, invece, dove Bianchini utilizza spesso e volentieri un montaggio convulso e visivamente poco accattivante, costruito su riprese a volte superflue, che distraggono.

Anche l’iniezione dei classici balzi sulla sedia è fin troppo abbondante. Manciate di secondi costituite da immagini disturbanti e suoni striduli possono spaventare la prima volta, ma diventano fastidiose man mano che si scopre la loro totale artificiosità.

Niente comunque che non si possa sopportare piacevolmente. La trama articolata e la tensione sprigionata, accentuata dalla buona colonna sonora a base di pianoforte e violino, fanno soprassedere su certe mancanze o esagerazioni visive e sonore.
Anche l’ambientazione casereccia, che consente ai personaggi di parlare in friulano per una buona metà della pellicola, consente un’immedesimazione completa e spontanea.

Visione obbligatoria per chiunque si professi amante dell’horror.

7 commenti:

  1. parlano il "dialetto" friulano come gelostellato?

    hihihi

    ciao Sil, bacius!

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  2. Film bellissimo, lo dico da tempo. Pensa se Bianchini avesse la fiducia di qualche produttore medio-grosso.
    Abbiamo dei talenti e li buttiamo nel cesso.
    Viva l'ItaGlia!

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  3. @ valchiria: sicuramente lo parlano meglio di lui. :)

    @ mcnab: eh, sì, purtroppo la situazione è questa. E dubito che potrà mai sbloccarsi.

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  4. Io adoro Bianchini, anche perché sono legato a quelle terre. Dopo aver visto il film sono voluto ritornare nella chiesa di Udine per rivivere l'atmosfera.

    Volevo passartelo io questo film, se non lo trovavi.

    Ian

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