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Under the Shadow (2016)

By Simone Corà | martedì 15 novembre 2016 | 10:00

Fate largo all'horror dell'anno                                                                               

Se non altro ricorderemo il 2016 per gli horror mediorentali, dopo l’ottimo e viscerale Baskin dalla Turchia l’Asia centrale compie infatti un altro strike. Con Under the Shadow, stavolta ci spostiamo a Teheran durante il conflitto Iran-Iraq che ha imperversato per tutti gli anni Ottanta, anche se la pellicola è una co-produzione tra Giordania, Qatar e Gran Bretagna – quest’ultima sicuramente complice nel dare maggior respiro internazionale (meritatissimo, per carità), così come lo zampino statunitense nella bomba di frattaglie di Can Evrenol.
Lei è una donna sveglia e al passo con i tempi, indossa i jeans, vorrebbe continuare gli studi, guida la macchina e si allena con le VHS di ginnastica in tv. Lui è un medico chiamato a intervenire nel bel mezzo del conflitto a fuoco. Hanno una figlia deliziosa, e insieme affrontano una realtà difficile, quasi incomprensibile ai nostri occhi, e uno dei pregi maggiori del film è proprio la creazione di uno scenario vero e credibile di un qualcosa che non siamo abituati a vedere.
Entrare nella casa di una famiglia musulmana, poter quasi toccare la quotidianità di una coppia in fondo normale che, pur in uno scenario allucinante, deve scontrarsi con piccoli problemi, è qualcosa che il cinema raramente ci offre, soprattutto con un’etichetta horror appiccicata sopra. Se al cinema americano in fondo siamo abituati, e se Giappone, Corea del Sud e Hong Kong rispondono comunque a meccanismi fortemente occidentalizzati, visitare così da vicino qualcosa che, sotto sotto, non si discosta poi molto dai nostri tran tran giornalieri, è preziosissimo e importante, ma che sia l’horror a permettere questo è valore ancora più sostanzioso.

I divieti, le negazioni, tutto ciò che non viene concesso a Shideh per motivi fin troppo noti si ripercuote su un rapporto di coppia che offre alcuni tra i migliori dialoghi visti negli ultimi tempi: finalmente dei litigi concreti, finalmente delle argomentazioni sincere sulle quali costruire opinioni, finalmente dei botta e risposta orientati verso un obiettivo comune e non delle semplici frasi casuali con cui tessere uno straccio di trama per sostenere una sequenza di spaventi sterili.
No, Babak Anvari, al suo primo film, ritaglia una fetta geografica/sociale e la serve a un pubblico (o almeno lo sono io) scontento di questo brutto anno orrorifico, senza giudizi, rancori, infantilismi e melodrammaticità: Under the Shadow è un bellissimo spaccato di vita “semplice” in un periodo catastrofico, passato eppure ancora molto attuale, dove si continua a vivere, o si cerca di farlo, mentre le bombe cadono.


L’innesto dello djinn non va molto distante dal concetto di fantasma a cui siamo addestrati, ma in un periodo dove la ghost story è stata ormai demolita dal cinema e dalle produzioni sciocche e sterili di James Wan, questa è manna di cui abbuffarsi a lungo.
Il folklore mediorientale è utile per una manciata di aspetti caratteristici esteriori con cui definirne diversi modelli d’attacco, eppure le apparizioni di questa cosa terribile sono tra le più devastanti e agghiaccianti che l’horror abbia incontrato di recente.
Anvari ha una guida salda e ricca di inventiva, e il primo incontro con lo djinn è qualcosa di così potente, sia da un punto di vista visivo che concettuale, che non lascia indifferenti. Non sono da meno le seguenti intrusioni che, dal piano spirituale, si accaniscono su quello materiale attraverso una crepa causata da un missile inesploso: c’è fantasia, attenzione, gioco e totale sicurezza, un qualcosa che può ricordare molto quanto fatto da Jennifer Kent nel suo The Babadook, pur senza la forte impronta simbolica.

Un film da incorniciare, ora come ora il miglior esempio di horror uscito quest’anno, quasi incredibile che sia un PG-13.

2 commenti:

  1. Appena visto e recensito, un film che mi ha sorpreso... concordo col tuo giudizio

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    1. Ho letto, e mi fa piacere. Credo sia un film molto importante e che, come The Babadook un paio d'anni fa, deve lasciare un segno molto profondo. :)

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