Trash Fire (2016)

By Simone Corà | venerdì 18 novembre 2016 | 10:52

Finalmente un film calibrato e coerente dal papà di Excision                                        

Finalmente Richard Bates jr. sembra aver imboccato una direzione giusta, e con il ritmo di un film puntualissimo ogni due anni è stato bravo a correggere il tiro senza venire schiacciato dalla troppa voglia di fare.
Dopo le sproporzioni scioccanti di un Excision e l’umorismo mal calcolato di Suburban Gothic, con Trash Fire mette insieme tutte le sue ossessioni ma le ricondiziona a favore di una storia più misurata, intima e in qualche modo realistica, che non ha bisogno del gore o del grottesco, comunque presenti, per una stabilità narrativa.

Owen è uno dei personaggi più assurdi e sconclusionati che il genere umano abbia mai proposto: alcolizzato, epilettico, soffre di attacchi di panico e rabbia repressa, scorbutico, senza amici, intollerante, persino la psicologa da cui è in terapia preferisce offenderlo piuttosto che aiutarlo.
Isabel, la sua compagna, a stento ormai lo sopporta ma per quanto ci provi non è ancora in grado di lasciarlo una volta per tutte: la loro storia è in crisi da tempo ma lei ancora vive dell’ideale d’amore con cui si sono conosciuti e amati in passato, e cerca con tutte le sue forze di tenere insieme una relazione che invece lui frantuma gesto dopo gesto.
È una brutta situazione sentimentale, credo che ci siamo passai tutti in momenti di turbolenza così totale dove anche solo un respiro complica il contesto già traballante. A volte bisognerebbe essere un po’ più femmine e meno uomini, per poter davvero capire e afferrare quel bene superiore con cui portare avanti una storia d’amore, e infatti Owen non possiede ancora quella maturità con cui lasciarsi alle spalle le sue strambissime abitudini per aiutare Isabel nell’unica cosa che davvero importa.

Per buona parte della sua durata Trash Fire è essenzialmente una terapia di coppia tra i due, e il loro rapporto viene sviscerato in ogni punto di vista: affetto, sessualità, interesse, cura, rispetto, tutto viene esplorato attraverso una rete fittissima di dialoghi, tra i più sinceri, ispirati e verosimili che si siano mai visti all’interno della scena horror.
Seppur con una dose importante di stravaganze anche abbastanza difficili da inquadrare (in una scena, per scusarsi, Owen regala a Isabel una corona mortuaria di fiori), i piatti della bilancia sono così ben equilibrati da discussioni, scoppi di rabbia, sensi di colpa e un meraviglioso senso affettivo da poter assorbire senza troppi grattacapi tutti gli aspetti allucinanti che formano Owen, passato compreso.


La componente più truculenta e macabra risiede proprio lì, nelle vesti scomode di una nonna scontrosa e nei capelli dietro cui si nasconde una sorella sfigurata e impazzita. Il soggiorno nella casa materna per rinsaldare i rapporti tra i due prosegue con la psicoterapia, ma alla quotidiana ricomposizione tra Owen e Isabel si innestano una serie di atmosfere sinistre, laceranti flashback e la consueta sfilza di provocazioni ed esagerazioni tipiche del cinema di Bates, seppur anche qui limate in favore di una narrazione più asciutta e coerente.
Quest’ultimo troncone è quindi affidato a sospetti e occhiate sprezzanti, visite nel bel mezzo della notte e segreti che emergono lentamente, in un fioccare di dialoghi sempre brillanti e ironicamente amari. Non c’è un grande enigma da scoprire, né il finale svela considerazioni inaspettate, è tutto molto lineare e in qualche modo prevedibile, ma è una progressione così inarrestabile e plausibile che la storia non potrebbe trovare altro degno svolgimento.

Qualcuno si lamenterà dell’eccessiva lentezza e di uno sviluppo pressoché nullo, il trailer in fondo è un po’ ingannevole e fa presagire altri ritmi e differenti gestioni dell’elemento fantastico, ma Trash Fire è un film di dettagli e sono proprio questi ultimi a scintillare. 

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