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Outpost 37 (Alien Outpost) (2014)

By Simone Corà | martedì 3 febbraio 2015 | 08:00

È l’ora di scacciare i marziani in questo piccolo b-movie nostalgico                                                       

È facile pensare che per un addetto ai lavori sia più semplice passare dal lato tecnico a quello artistico, fa parte di quel mondo, conosce le persone giuste, sa che pedine agganciare per muovere i primi passi, e invece Jabbar Raisani, che non sarà un guru ma un discreto curriculum agli effetti speciali se l’è fatto con Predators, Machete, Fright Night e Gameof Thrones, immagino abbia fatto una fatica bestia per dare forma al suo Outpost37, perché a conti fatti credo sia una delle cose più povere che abbia mai visto.
Siamo ben al di sotto del low budget, Raisani deve tenere insieme un pugno di attori e farli scontrare con il nulla, un nulla così misero che nemmeno un green screen potrebbe colorare adeguatamente, con una produzione che le tenta tutte pur di vendere il prodotto per quello che non è creando una locandina fuorviante e un world wide title furbetto da una parte ma con tragiche tendenze asylumiane dall’altra, eppure, come qualche volta accade quando non sono i soldi a muovere un progetto bensì idee ben precise, quello che ne esce è miracolosamente piacevole.

Gli alieni hanno provato a invadere la Terra ma hanno preso un sacco di mazzate e se ne sono tornati a casa, ciò che resta del loro attacco sono sparuti gruppi di guerriglieri abbandonati che cercano di sopravvivere qua e là. Compito di specifici battaglione dell’esercito è tenerli a bada in appositi avamposti, cosa non facile perché in culo al mondo e alle prese con bestie alte due metri, bardate in armature impenetrabili e dotate di laser mica da ridere.
Raisani sfrutta la tecnica documentaristica per un world building semplice ma ben strutturato, rilascia le poche informazioni al momento giusto in modo da sbloccare le sezioni che montano il film: l’arrivo dei nuovi soldati, la spiegazione di come funzionano le cose, gli scherzi cameratistici, i primi attacchi, i primi casini, e via così. È una narrazione di mestiere, pochi elementi ma ben gestiti, con dialoghi veloci e personaggi che richiamano il simpatico carisma del soldato cinematografico di una volta, fatto di sincero eroismo e battute volgari, mitragliate divertite e sigari in bocca.

Ho un grosso problema con la concezione, prevalentemente yankee ma non solo, dell’esercito, diciamo che non provo molta ammirazione per questo elemento della società, è più forte di me, non credo riuscirò mai a entrare in certi loro meccanismi e, non dico supportarli, ma anche solo comprenderli per avere un’idea del perché. La faccio breve, non è luogo adatto per simili parentesi, ma partire da qui mi serve per dire che, da molti anni a questa parte, ho un grosso problema anche con la concezione cinematografica dell’esercito. Non trovo interessante la descrizione di questo mondo, anche quando cerca di essere più realistica e credibile, non c’è niente che mi riguarda e, anche da semplice spettatore, non c’è modo per sgomberare la mente: film come The Hurt Locker e Zero Dark Thirty, per fare un esempio, mi hanno lasciato del tutto indifferente, o meglio, non sono mai riuscito a scindere quello scheletro politico, non per forza di denuncia o al contrario di favorevole patriottismo, dal resto del film e mi sono reso la visione molto sofferente e infastidita. Problema mio, certe modalità sociali yankee vanno ben oltre i limiti della mia comprensione e allora mi fermo e passo oltre.
Sono stato quindi felici che Raisani abbia scelto questa strada militare old school, in pochi minuti presenta piacevoli spacconate e un bel po’ di tamarraggine cinematografica, i suoi non sono soldati possibili ma nella finzione sono perfetti per quello che richiede la pellicola, sono infarciti della giusta quantità di adrenalina e tengono molto basso il livello di morale patriottismo.  


È un peccato che il budget sia così basso, a giudicare dai pochi secondi in CG che vengono inseriti qua e là poteva esserci grande impatto visivo, ma nonostante questo Raisani si fa forza proprio con i limiti tecnici ed economici per una serie di intuizioni intelligenti: la camera porta in scena la confusione quando non si sa da dove arrivi il nemico, filma da lontano, e in modo anche originale, una serie di sparatorie forsennate dall’impatto videoludico (impossibile non pensare ad Halo), e permette quindi una visività comunque gradevole e mai zoppicante. Gli stessi alieni, dalla fisicità che richiama le anatomie extraterrestri di Star Trek, sono in fondo efficaci per quanto quadrati e poco diversificati, e la loro presenza è totale perché sparano tanto e ci mettono un sacco a morire.

Le cose si fanno più toste nella parte conclusiva, i marziani escono dalle loro tane e l’impronta alla Starship Troopers diventa più marcata, ma l’azione è furiosa, il conflitto a fuoco è estenuante, il body count è parecchio alto e non mancano fantasiose mutilazioni e gustose splatterate. Alla fine Outpost 37 è tutto qui, very easy, secco, diretto, tiratissimo, non un istante di pausa, novanta minuti feroci per un bel b-movie nostalgico.

8 commenti:

  1. direi che lo posso recuperare per una serata di assoluto relax...

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  2. Sembra così pupazzoso che un'occhiata ce la darò!

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  3. Mi fa venire in mente Siege of Station 19, una novella scriteriata ma divertente di Raegan Butcher...

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    1. Buona dritta, non conoscevo proprio :)

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  4. La locandina aveva attratto anche me, poi ho visto un fotogramma a caso e ho capito che era meglio lasciar perdere.

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    1. Vero, sembra ben altra cosa, molto più sci-fi e mostrazzi a go-go, ambientazioni futuristiche e mondi alieni. Eh, il marketing...

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