Crows Explode (2014)

By Simone Corà | giovedì 29 gennaio 2015 | 00:05

Meno Miike e più parole nel terzo live action sulle mazzate scolastiche                                               

Non amo e sicuramente non conosco abbastanza il cinema di Toshiaki Toyoda per poterlo apprezzare, il suo è un approcciarsi rarefatto a mondi di psicologia differente, distante dal quotidiano, spesso incomprensibile eppure vera, certa e terribile. Cinema troppo difficile, potrei sbrigarmela così, cinema d’autore e con tendenza filosofica che da questi parti di solito sfugge per ben più rassicuranti mostri e frattaglie: mi è bastato Monster Club e le sue poesie allucinate sull’Una-bomber nipponico, sebbene duri appena 71 minuti solo con gran fatica sono arrivato alla fine, poi poco altro, giusto spezzoni e trailer, ma no, non è il mio pane, meglio alzare le mani e arrendersi quando ci sono proposte così diverse dalle mie geometrie
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È quindi molto strano il suo accettare il testimone da Takashi Miike e confrontarsi con il terzo capitolo di una saga di botte grottesca, metaforicamente distopica e spassosamente adrenalinica come quella di Crows Zero, che proprio sull’eccesso, sulle urla e su certa estetica della violenza ha basato la sua forza.
Da uno shonen di combattimento di successo (Crows di Hiroshi Takahashi, anche sceneggiatore dei tre live action) è difficile aspettarsi dell’altro, introspezione e dialoghi sono giocoforza banditi per pugni e calci sempre più folli, e se Miike sa ben giostrarsi nelle stravaganze matte per divertirsi e divertire, con Toyoda il discorso era diverso: cosa aspettarsi da un autore più intimo e riflessivo da una storia dove le scuole sono dominate da baby gang che si ammazzano di botte?

Non ho letto il manga e in generale non ho un gran rapporto con gli shonen, come per il cinema di Toyoda dopo averne provato qualcuno mi sono resto conto che non fanno per me, c'è poco da fare, posso apprezzarne intenti e idee ma un'esecuzione così veloce e furiosa sbatte troppo forte con certi miei limiti. Penso però che simili tracce, soprattutto nei manga di combattimento, siano cross precisi e perfetti per il cinema, passaggi che Miike, nei due Crows Zero, ha saputo trasformare in gol clamorosi, tipo in rovesciata da centrocampo. 

Ed eccoci al terzo atto, dove, pur mantenendo grossomodo inalterata la struttura portante e l’irruenza cool dei tanti, tantissimi personaggi, Toyoda sceglie intelligentemente di non mettere al centro gli scontri, non è il suo campo, o meglio, sa che Miike ha già dato il massimo ed è inutile affrontarlo in un terreno dove ne uscirebbe massacrato, li ricama così come brevi stacchi tra le sessioni parlate per poi riassumerli in una mega rissa finale che è giusta chiusura sapientemente rimandata per glassare la torta. Non è cosa da poco avere grazia e maturità per trasformare un film di mazzate in qualcosa d’altro pur rimanendo estremamente fedele alla linea grezza e irruenta dei due predecessori, si rischia di distruggere ogni cosa inseguendo chissà quale spirito avanguardistico: invece Toyoda sa bene come muoversi, utilizza la camera per carrellate affascinanti e la muove con armonia, evita qualsiasi tipo di campo e controcampo per una messa in scena spontanea e quasi teatrale, eppure, nonostante l’eleganza formale e il ritmo rallentato (il film dura 130 minuti, eh), l’anima guerrigliera non viene intaccata, e le scalate al potere, i pruriti da spegnere a calci, l’esuberanza giovanile, le rivalse, il rispetto, l’onore e l’amicizia sono sempre il fulcro della pellicola.
Siamo quindi quasi più dalle parti di un film di gangster, uno yakuza movie con giochi di politica, pedine che si spostano per lasciare spazio a pedine più grosse, rivalità fatte più da sguardi torvi e maturi che da reali capricci giovanili, bisticci e dispetti atti a frantumare domini e aspirazioni, il tutto naturalmente movimentato dalla consueta panoramica di fisici e facce esagerate da capelli e smorfie per rimarcare le origini fumettistiche.


Ma se nei capitoli di Miike il tono allegro e roboante, alimentato dalle mastodontiche risse che esaltavano quel senso rock’n’roll del film, era potente, senza freni, una bomba che esplodeva in continuazione, Crows Explode esplode poco, si incastra in una sorta di stallo dove si apprezza la bravura nel controllare la cadenza ma si piange per una minor consistenza rabbiosa: sarà anche colpa di una sceneggiatura meno burrascosa che in passato, ma i nuovi personaggi difettano del carisma che Miike aveva iniettato loro direttamente nel cervello, e se a ciò si aggiunge la drastica riduzione di una ricerca coreografica negli scontri, risicati a pochi colpi e a poco dolore, si avverte una certa stanchezza quando si intuisce che la pellicola di Toyoda, alla fine, svolge bene un compitino seguendo il canovaccio dei due precursori e aggiungendoci giusto un pizzico di personalità per motivare una firma così anomala.
Il sudore, il sangue, la potenza dell’amicizia, quella rabbia che detonava nelle continue sfide verbali tra le gang sono adesso più mosce, meno colorate, sembrano esserci solo perché questo è Crows e questa è la linea da seguire. Non è un difetto così terribile come può sembrare – sarà una fragorosa e nostalgica OST rockeggiante, sarà la comunque indomabile impulsività di questi quindicenni che cercano di ribaltare il loro mondo perché, seppur ciò non abbia senso, altro non hanno per cui lottare, ma Crows Explode è divertente e battagliero quanto basta per continuare la saga con onore.

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