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Circle (2015)

By Simone Corà | martedì 3 novembre 2015 | 00:05

Il più sadico dei giochi sadici creati da intelligenze sadiche                                           

Qualche anno fa Cube zittiva un po’ chiunque mostrando come un’idea vincente (ma diciamo anche clamorosa, eh) non necessitasse di grandi investimenti economici, di fatto il film era molto povero e si sorreggeva su una serie di invenzioni narrative che inchiodavano senza richiedere altro carburante se non quello fornito dalla mera materia grigia.
Alla prima immagine è impossibile non accostare Circle al grandioso esordio (ahimè mai più eguagliato) di Vincenzo Natali, per colori e atmosfera la matematica claustrofobica dei cubi semoventi torna subito in mente e nel circolo indipendentale permane sempre un po’ di timore quando i nomi sono nuovi e l’esperienza è ben poca.
E invece l’esordio del duo Hann/Miscione, pur prendendo ben più di uno spunto cervellotico da Cube (e dagli altri mindfuck che si sono seguito negli anni, tra i vari Exam, House of 9 e i millemila Saw la qualità sarà sempre altalenante ma la quantità non manca) ma palesando onestamente l’ispirazione e un ovvio, giusto omaggio, vive di un’idea enorme e di una spinta narrativa mostruosa, che lo rende tutt’altro che una sorta di copia com’era lecito aspettarsi dopo il prologo. D’altronde provengono da una serie web di discreto successo basata su meccaniche molto simili (un’intelligenza sconosciuta che impone a un gruppetto di umani un gioco dalle regole apparentemente immotivate), a quanto pare ossa e spirito sono già ben temprate.

In una sorta di gioco futuristico senza scampo, dove la morte è caratteristica essenziale e vincere significa sopravvivenza, un gruppo di sconosciuti si trova imprigionato in una stanza buia. Ai loro piedi una casella rossa, uscire dalla postazione o anche solo toccare un compagno significa morte istantanea. Al centro un globo da cui, ogni due minuti, partono scariche elettriche mortali. Scopo del gioco, o della selezione, o semplicemente della situazione priva di alcuna risposta alle tonnellate di interrogativi, è spingere i partecipanti a uccidersi uno dopo l’altro ed eleggere inevitabilmente un solo vincitore.
Il motore del film è quindi una continua, profonda e ponderata discussione tra venti teste diverse su chi sia più giusto uccidere e su chi sia invece più sensato salvare. Chi merita la vita? Una donna incinta vale più di un bancario con una famiglia numerosa? Una bambina dev’essere risparmiata per far fuori un giovane in carriera? E un anziano ha ancora diritto di vivere nonostante siano pochi gli anni che gli rimangono?
Ci sono tanti spunti e il dibattito è molto ricco, è un confronto di idee dispari e contrarie ma tutte motivate, e se alcuni parlano solo per parole razziste e conservatrici, com’è naturale che accada in un gruppo misto e selezionato casualmente, i ragionamenti che fioccano sono sempre ponderati dallo spettro umano presentato.

L’aspetto incredibile è la perfetta stasi di ogni personaggio, per novanta minuti a stento si possono vedere al massimo mani che si aprono e chiudono per indirizzare il raggio alieno verso la prossima vittima, per il resto tutto è ghiacciato in una completa immobilità, dove il ritmo e l’enorme tensione sono scanditi da parole, sguardi e sudori freddi. Che l’azione sia del tutto assente, e parlo letteralmente, non compromette in alcuna maniera il potente incedere del film, che nasconde nelle tante filosofie incontrate, nei dubbi, nelle domande e nelle rabbie una marcia priva di esitazioni.
E a questo bisogna aggiungere un anomalo lavoro di cesellatura che definisce i personaggi rendendoli di fatto tutti protagonisti (o antagonisti): non viene creato l’eroe e/o il villain in una successione di eventi e morti che scolpiscono le rispettive figure, anzi, individuare chi realmente rappresenterà il bene e il male (in una visione comunque ben lontana dai tipici standard oppositivi) è praticamente impossibile dato che nei primi 45 minuti non c’è pietà per nessuno, tutti rischiano la morte con la stessa percentuale perché anche dire con coraggio la scelta più giusta che si potrebbe compiere non è abbastanza per meritarsi la leadership, o anche solo una certa simpatia, in un gruppo dove domina la più delicata delle democrazie.
Questo è possibile grazie a una lista di personalità ampia e colorita, dove la quotidianità di tante persone normali emerge in tanti piccoli dettagli e sfumature che, nel marasma di tutti i giorni, di solita ci si limita a ignorare: non c’è il tempo per ascoltare, mentre adesso, in questa situazione, il tempo (poco) e l’ascolto (difficile, nervoso, febbrile) sono le uniche armi a disposizione dei personaggi.


Non è da poco nemmeno l’intensità visiva caricata dai due registi: nella scelta delle inquadrature e dei movimenti di macchina incollano uno sorprendente dinamismo allo stallo necessario del gruppo di persone.
Fissarsi sulle caselle rosse rende il nemico silenzioso ancora più malvagio e incomprensibile, la scelta di filmare o meno le numerose morti a seconda dell’intensità della scena amplifica il dolore dei momenti, e il commento musicale disturba quanto basta per far salire il livello di disagio man mano che i protagonisti si conoscono e iniziano ad allearsi o ad accusarsi a vicenda. 
Resta solo da definire se il finale possa essere oggettivizzato ma temo si tratti solo di mero gusto personale, la risoluzione della vicenda è per me corretta e giusta e penso che, in fondo, decidere per altre soluzione avrebbe in parte annullato la personalità che Circle cerca di guadagnarsi uccisione dopo uccisione. 

Insomma, film davvero inatteso, uscito all’improvviso a ottobre nel caos dell’immondizia horror che accorre per Halloween, forse non il momento migliore per farsi notare ma spero il nome circoli e raccolga i consensi che si merita.

2 commenti:

  1. Visto stanotte tutto d'un fiato... Film davvero intenso, finale molto carico e che ti lascia davvero con poche parole da esprimere..

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    1. Vero, è un film molto potente, ti sbatte in faccia tutte le parole con cui si mitragliano i personaggi :)

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