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Recensione: Perdido Street Station, di China Miéville

By Simone Corà | martedì 28 giugno 2011 | 08:00

Fanucci Editore, 2003
744 pagine, 18 Euro

A lui piace chiamarlo new weird, e per quanto certe etichette risultino a volte irritanti ed esagerate nella loro precisione, quasi volessero a tutti i costi staccarsi dai generi noti a tutti per dire “ehi, io faccio qualcosa di nuovo, sono il più bravo”, bisogna dire che China Miéville è tra gli autori veramente più innovativi dell’ultimo decennio, capace come pochi di reinventare il fantasy mischiandolo a fantascienza, horror e steampunk, facendolo quindi diventare un non-genere, qualcosa di bizzarro e impazzito, weird appunto. Perdido Street Station, sua seconda prova e prima parte dell’ipotetica trilogia di Bas-Lag (i successivi due romanzi, La città delle navi e Il treno degli Dèi), non sono comunque legati alla storia qui raccontata, se non per la medesima ambientazione) è un mammuth di ottocento pagine che semina molto, moltissimo, e, pur non raccogliendo propriamente ogni potenziale frutto, lasciando parecchia roba a marcire al sole, è una lettura spesso straordinaria.

Miéville possiede uno stile che definire meticoloso sarebbe alquanto riduttivo, la sua è una capacità descrittiva potentissima, un fiume di parole per spiegare, sottolineare, esprimere e sviscerare un mondo vivo e pulsante, una società che vive di creature, leggi, culture ed economie proprie, attentamente illustrate con un taglio elegante ma mai eccessivamente colto, superbo, arrogante, ma anzi, con una scorrevolezza che sprigiona curiosità anche nei momenti meno accessibili (le complesse teorie fisiche affrontate, le articolate differenze etniche che sono costrette a convivere). Che si tratti di dotte discipline filosofiche, profonde argomentazioni culturali o disgustose anatomie fisiche, Mieville non lesina mai in particolari, esponendo dettagliatamente funzionamenti e meccanismi che acquistano realismo parola dopo parola (l’arte mandibolare di Lin, l’energia di crisi, soprattutto nella parte conclusiva).

In un’ambientazione creata con immensa accuratezza, assistiamo a una storia falsamente complessa ma in realtà intelligentemente lineare, una storia fatta di scatole cinese che continuano ad aprirsi come finestre su universi paralleli e sottotrame che fanno gustosamente sbandare il plot generale verso le numerose bizzarrie socioculturali di Bas-Lag. L’odissea dello scienziato Isaac, incaricato da un garuda senza ali di trovare un modo per farlo tornare a volare, per quanto ben costruita e generalmente fascinosa nella sua lotta contro falene che si cibano di sogni e generano incubi, diventa quindi quasi una spinta per raccontare di magie e orrori ancestrali, di imponenti intelligenze artificiali e dinastie demoniache, di ragni che viaggiano nei piani dimensionali e complesse intelaiature politiche per il mantenimento del potere.

Nonostante l’incanto contestuale di un territorio così culturalmente vasto, e nonostante un intreccio grintoso, personaggi ben caratterizzati e ferocemente costretti a traversie atroci e disumane per respingere la supremazia governativa da una parte e l’incessante crescita di una furba mente sintetica dall’altra, e una costante amarezza difficile da scrollarsi di dosso, Miéville inevitabilmente esagera in più di un’occasione, mettendo troppa carne sul fuoco quando aveva già le sue grosse bistecche da cucinare. Qualche pagina in meno avrebbe infatti snellito un romanzo che, pur vivendo del fascino incredibile dell’ambientazione, presenta alcune prolissità sinceramente troncabili (le lunghe, asfissianti riflessioni del garuda, digressioni sulla società a volte davvero in più, alcune comodità nel finale e un certo gusto macabro e rivoltante che, nella sua scrupolosità, potrebbe stomacare ben più di un lettore non avezzo). La trama stessa, man mano che ci si avvicina alla conclusione, pare sempre sul punto di collassare, come se le tante cartelle che sostengono il libro non fossero puntellate a dovere, o magari piantate nei punti meno adeguati. Si arriva infatti un poco stanchi al tour de force finale, ma la risoluzione della vicenda possiede una carica dolorosa e inaspettata che rinfranca della fatica.

Per gli amanti del fantastico China Miéville è però un autore da provare: io ho cominciato con questo Perdido Street Station, volume che in alcuni momenti mi ha lasciato a bocca aperta anche a fronte di certi difetti di gestione che, in fondo, svaniscono dinanzi alla raffinatezza stilistica, squisita come poche nel viaggiare da un genere all’altro.

11 commenti:

  1. 744 pagine????????
    Ma fottiti Corà!

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  2. Su dai. Datevi un bacino e fate pace. XD
    A parte gli scherzi Corà, ho letot poco di Mielville però ritengo che qualche pagina in meno non possa che fare bene a TUTTI i romanzi americani.
    Il problema è che in quel paese gli scrittori sono pagati un cent a parola, logico quindi che ne vengano fuori libroni mammuth.
    Ciao.

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  3. Dove diavolo l'hai trovato, Simone, questo libro? Sono anni che lo cerco e i miei librai di fiducia mi dicono che è fuori catalogo, maledizione. Fammi sapere, ti prego :)

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  4. P.S. Io di Mieville ho letto "Un regno in ombra" e mi è piaciuto molto. Consiglio assai (l'avevo anche recensito a suo tempo) :)

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  5. @psichetechne

    Se non ti disturba leggerlo in originale, lo trovi facilmente nuovo a 5 euro....

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  6. @Anonimo: non è chi mi disturbi l'originale, ma è che l'inglese non lo mastico proprio proprio bene, ahimè...:)

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  7. Ah, ehm, oh, be', diciamo che con questo romanzo ho inaugurato il mio e-reader. Di Miéville è praticamente tutto fuori catalogo, e leggerlo in inglese sarebbe un'agonia (troppo complesso, troppo dettagliato), quindi... :)

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  8. Ah, quindi lo si trova in e-book. Dove? Grazie per una risposta, Simone (te ne sarei davvero grato).:)

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  9. Prova a googlare "La biblioteca del brivido", troverai un sacco di rarità e chicche fuori catalogo. :)

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