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Recensione: Doctor Who - stagione sei

By Simone Corà | giovedì 13 ottobre 2011 | 10:30


Con una season five molto chiacchierata e non ottimamente recepita da critica e pubblico, ma che a me è piaciuta moltissimo, con un Doctor validissimo come Matt Smith ma non ancora pienamente padrone del personaggio, con una storyline complessa e affascinante che per la prima volta dava vera e propria continuty alle vicende dell’ultimo Time Lord tra una stagione e l’altra, era inevitabile puntare giganteschi riflettori sull’operato di Steven Moffat, che da solo stava trascinando Doctor Who verso territori mai esplorati sino d’ora. E con questa season six, per quanto imperfetta, tremendamente sbilanciata e caotica, per quanto lontana dalla bellezza chirurgica della terza e quarta stagione, posso riconoscere a Moffat di aver compiuto il miracolo, o quasi, nel dare una veste del tutto nuova alla serie tv sci-fi per eccellenza, una veste che paradossalmente trovo perfetta perché incorpora pienamente lo spirito del suo protagonista: eccesso, visionarietà, follia, un essere totalmente fuori di testa come mai ho visto in televisione.

Achtung!

Moffat è un grande narratore, il suo è un continuo osare con idee stravaganti e fantascientificamente prive di limiti, spunti spiazzanti e magari diametralmente opposti che collega con una messinscena schizoide, estremamente complessa e rapidissima: il colossale ordine degli eventi è talmente disordinato che solo una scrittura sregolata potrebbe incanalarlo in una storia complicatissima suddivisa nell’arco di cinque puntate in cui accade di tutto. Se già si presagivano grandi cose con lo special natalizio che, dal classico spunto del Canto di Natale di Dickens, costruiva una storia insolitamente romantica, prendiamo adesso per esempio gli episodi A Good Man goes to War e Let’s kill Hitler!: in 45 minuti Moffat riesce a restringere trame mastodontiche e di una non-linearità spaventosa (il flashback/presentazione dell’amica di Rory e Amy è puro genio per ritmo, struttura, idee e ironia), e se sicuramente qualche forzatura compare per sciogliere nodi che sembravano impossibilmente intrecciati, sono rimasto a bocca aperta dalla vastità di trovate, stratagemmi, scappatoie, soluzioni. Il rischio di strafare è palese, e nell’accoppiata iniziale The Impossible Astronaut/Day of the Moon qualche secondo di pausa tra una contorsione narrativa e l’altra sarebbe certamente stato apprezzato, ma la penna di Moffat è incontrollabile e ne va apprezzato lo spirito folle e travolgente nel parlare di disumani salti e agganci temporali, realtà alternative nelle quali il tempo non esiste e impressionanti battaglie spaziali tra decine di razze, mentre sullo sfondo il misterioso Silenzio cerca di uccidere il Doctor.

Sei proprio tu, John Wayne?

Per simili acrobazie Matt Smith non poteva essere volto e fisico più adatto: il Doctor è ormai suo, c’è qualcosa nelle sue espressioni, nel suo stringere i pugni, nelle sue movenze, nel suo tono di voce e nella velocissima parlata che, pur differenziandolo enormemente dalla complessità caratteriale raggiunta dall’immortale David Tennant, crea una personalità perfettamente buffa per la storia raccontata, una storia dove gli elementi orrorifici del passato sono ormai messi da parte per intricatissimi dilemmi temporali e un’ironia sempre più effervescente e dinamica. Assieme a lui, risultano meglio scolpiti i ruoli di Amy e Rory, soprattutto quest’ultimo che, piano piano, si spoglia della semplice figura comica di contorno per indossare panni ben più seriosi e maturi. E se River Song, l’affascinante e agguerrita Alex Kingstone, già in precedenza possedeva una piena e originale tridimensionalità nel mistero che avvolgeva il suo personaggio, ora che lentamente si conoscono motivi e segreti su di lei si può notare l’incredibile rifinitura con cui Moffat l’ha lentamente descritta sin dalla quarta serie.

Lo sguardio fiero del guerriero

Prima parlavo di imperfezione e squilibri, e infatti non è con un pieno sorriso che si può inquadrare l’intera season six. Se gli episodi scritti da Moffat appaiono stupefacenti, irraggiungibili nei loro funambolismi narrativi, non tutte le altre puntate girano con la stessa carica fantasiosa e umoristica. Sarebbe certamente impossibile sperare in un omogeneo livello qualitativo con un simile sceneggiatore-capo, ma delle otto puntate rimanenti soltanto due mi hanno pienamente soddisfatto quando, in passato, sotto la guida di Russell T. Davies, non c’era singolo episodio che potesse definirsi minore. The Curse of the Black Spot e The Doctor’s Wife mostrano infatti un Doctor spumeggiante e in piena forma in una storia semplice ma efficace e divertentissima, la prima, e in un’odissea originale e brillantemente attorcigliata, la seconda, scritta tra l’altro dal personalmente non tanto amato Neil Gaiman. Tuttavia bene anche The God Complex, per i dialoghi brillanti e per il necessario e ottimo twist finale sulla base di un’idea non propriamente stimolante, e Closing Time, per la simpatia del ritrovato Craig (protagonista del bellissimo The Lodger nella stagione precedente) e per la carica umoristica nonostante un’atmosfera e una relativa storia dai contorni e dai limiti un po’ troppo buonisti.

Hello sweetie!

Il consueto doppio episodio centrale, The Rebel Flash/The Almost People, scritto da Matthew Graham (co-papà di serie apprezzate come Life on Mars e il sequel/spin off Ashes to Ashes, ma anche autore dell’episodio più brutto ever di Doctor Who, quel Fear Her di qualche anno fa), presenta una storia affascinante ma modestamente realizzata, ingabbiata forse in una linearità semplicistica quando l’abbondanza di spunti avrebbe permesso una miglior resa complessiva. Sullo stesso livello The Girl who waited: ottimi spunti e un tragico senso drammatico come da tempo non si respirava, ma poco mordente, poca forza, poca convinzione nelle spremere a fondo una traccia dal gran potenziale. Un velo ahimè pietoso, infine, per Night Terrors, episodio davvero fiacco sia per spunto minimale (il mostro dell’armadio), per creazione atmosferica e per risoluzione, troppo, troppo banale per far parte di questo nuovo e matto Doctor.

Pond: non ce n'è mai abbastanza da vedere

In un confronto con il passato, sotto la direzione di Moffat l’undicesimo Dottore ha indubbiamente perso la complessità della sua incarnazione precedente: la tragedia e l’epicità di Tennant sono enormemente ridimensionate per dar spazio alla follia di Smith, ma a cambiare, prima di tutto, è il registro narrativo, che ha sostituito la drammaticità per un dinamismo ironico sconvolgente. Con un simile restart avvenuto nella season five (via ogni riferimento a personaggi ed eventi delle serie precedenti, o quasi, spazio a una storia che parte da zero) era quindi inevitabile un mutamento di tali proporzioni, ma questo nuovo Doctor mostra potenzialità impressionanti che sicuramente non potevano essere preventivate dallo strategismo di Davies, e non si può aspettare con la più fastidiosa impazienza il Natale per un nuovo special, con le speranza che la settima stagione possa essere più compatta nella sua, già lo so, impossibile pazzia.

GB, 2011, 13 puntate, 45 minuti cad.
Creato da : Steven Moffat

2 commenti:

  1. Matt Smith non riesco a farmelo piacere, trovo che sia un po' troppo sopra le righe. Rimpiango un po' l'aplomb tutto britannico dei dottori degli anni 70....

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  2. Io conosco solo il Dottore dal 2005 in poi, ignoro atmosfere e trame delle serie storiche, ma io adoro Matt Smith, ché come scrivevo nella rece trovo perfetto per le storie strampalate e, appunto, sopra le righe di Steven Moffatt. Non so se ci avrei visto bene David Tennant, che ovviamente sfavillava nelle stagioni precedenti, in queste trame buffe e complicatissime. :)

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