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Tore Tanzt (Nothing Bad Can Happen) (2013)

By Simone Corà | lunedì 19 gennaio 2015 | 00:05

Il cinema estremo made in Germany: pugni, calci e mal di stomaco a tutti voi.                                      

Ho grosse difficoltà ad affrontare alcune tematiche, un certo tipo di cinema impegnato le sfoggia invece con una forza realista che trovo impressionante e non so, davvero non so come un autore possa gestirla con quel necessario distacco resistendo fino alla fine: la mortificazione, la violenza, l’umiliazione sono aspetti di un determinato modo di intendere il cinema estremo che mi schiacciano e mi annullano nonostante li ritenga per buona parte passi importanti per riflessioni personali. Senza per forza tirare in ballo Martyrs e le sue ben chiari radici horror, certe esperienze (giusto per rimanere nel blog beccatevi Taxidermia e vomitiamo tutti insieme) credo che a migliorare l’essere umano, o almeno a farlo soffermare un attimo in più su argomenti più tosti del consueto vivere, sia l’assistere a ciò che l’essere umano stesso può fare: è un esame non facile e soprattutto è prova non necessaria, impossibile consigliarla, difficile renderla morbida, arduo anche scherzarci su (non è mica 2 girls 1 cup, eh).
Non ho visto i vari extreme greci degli ultimi anni e temo mi ci vorrà parecchio prima di farlo, e quando mi preparo e sono pronto a scontrarmi, come è successo per Thanotomorphose, pur apprezzando e capendo mi trovo molto a disagio e faccio parecchia fatica ad arrivare in fondo.

Nothing Bad Can Happen sfrutta il realismo e si mantiene sempre ancorato a quel “true story” che sfuma durante i titoli di apertura, e la sua è una crudezza ansiosa e dolorante, è un creare forte malessere perché, in maniera più o meno esponenziale, e chiaramente in termini differenti e meno spigolosi, la feroce superbia che Benno rigurgita su Tore è forse faccenda, se vogliamo, anche di tutti i giorni, dove il più forte non solo vince sul più debole ma lo prende a calci mentre è per terra e gli dà fuoco quando sputa sangue.
Benno è odio purissimo, un odio che però non ha alcuna scintilla se non quella di trovare un muro fragile contro cui scagliarsi, per sgretolarlo, frantumarlo, distruggerlo: se Tore rappresenta l’innocenza, la bontà immacolata del tutto vergine dei modi in cui possa funzionare e pensare l’essere umano, è modello ideale, nei suoi modi dolci e candidi, per la rabbia di un uomo che all’improvviso pare annullare tutto, persino se stesso, per dare sfogo a un’ostilità, a un disprezzo fatto di cazzotti fulminei, di offese verbali, di deprivazione e allontanamento, per poi passare a maniere ben più pesanti e in scene parecchio indigeribili come quella del lungo digiuno al quale segue un pollo farcito di vermi e larve fatto ingurgitare a forza.
Ciò che più disturba non appartiene però ai vari modi con cui Benno disintegra Tore, non si tratta mai di torture vere e proprie che possano avvicinare il film a un qualche tipo di torture porn per quanto il sottogenere sia il più vicino e il più facilmente accostabile, e a dirla tutta di sangue ce n’è ben poco, è bensì il modo, sottile e inespresso, con cui plagia la sua famiglia, o con cui la sua famiglia diventa estensione della sua malvagità, che fa realmente male. Il bambino che orina dove Tore dorme o la moglie che gli cammina con i tacchi sull’inguine sono momenti terribili, tra i tanti, che anche se spesso vengono addirittura accantonati in fuori campo, non perdendo comunque una briciola di brutalità, dispensano una crudeltà senza motivazione, priva di stimoli se non la crudeltà stessa – è qualcosa di allucinante, è un sopruso che lascia basiti, fatto solo per immagini e che non può trovare parole adeguate.


Che Tore sia un ragazzino senza famiglia, un mezzo vagabondo facente parte di un movimento punk cristiano, è faccenda si può anche dire secondaria, non ci sono di mezzo richiami religiosi, questioni morali e qualsiasi tipo di banale riflessione sulla fede, il suo stato sociale è ahimè frutto di un’emarginazione gravissima che l’ha lasciato totalmente privo di personalità, e questo è quanto. Il resto è solo un dolore lunghissimo diretto con mano femminile ed esordiente ma già matura, attenta, sicura e molto equilibrata, con squarci musicali fatti di nenie elettroniche utili ad amplificare, se ce ne fosse ancora bisogna, la triste sorte di un adolescente la cui unica colpa era quella di essere un ragazzo buono. 

8 commenti:

  1. forse non è il mio genere ma mi hai acceso la curiosità...

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    1. Neanche il mio, e di solito non ho forza e coraggio necessari, ma a volte provi, se così si può dire... :)

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  2. Parrebbe vagamente somigliante a Snowtown, perlomeno per la tematica del "plagio" del più forte a danno del più debole. Sono film che mi angosciano molto, per quanto li trovi anche interessantissimi, quindi credo eviterò di cimentarmi nell'impresa, almeno per ora...

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    1. Snowtown mi manca, ce l'ho nella mega lista ma come per te, e immagino chiunque altro, queste visioni sono terribili e opprimenti e tendo a lasciarle da parte e farle affrontare a chi ha più stomaco... :)

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  3. Sono giorni che cerco di decidermi se vederlo o no. Anzi, da quando beccai il primo trailer, mesi fa. Con l'età sta cominciando a mancarmi lo stomaco per certe visioni, poi però mi impongo di affrontarle comunque.
    Sono quei film che si muovono su un confine sottilissimo e molto spesso dipende anche dalla nostra sensibilità determinare se lo superino o meno.
    Mi farà molto male, lo so.

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    1. Ti dirò, a me il trailer ha un po' ingannato e se ho visto il film alla fine è solo perché sembrava potesse essere "soltanto" un torture movie. L'avrei digerito più facile, di parecchio.
      Come scrivo sopra, questi film tendo purtroppo a scansarli, il malessere poi resterebbe impresso troppo tempo e hai ragione, non c'abbiamo più l'età :)

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  4. Accidenti: secondo te riuscirò a guardarlo?

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