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The Strain - stagione uno (2014)

By Simone Corà | lunedì 5 gennaio 2015 | 00:05

La serie b come non si era mai vista. Per di più in tv.                                                                              

C’è un gran parlare di Z Nation, ed è sacrosanto: sto recuperando adesso la serie Asylum/SyFy ed è un’enorme, meravigliosa ventata d’aria fresca in un panorama che la stessa combo di produzione e rete hanno soffocato con cose di fattura tremenda di cui è difficile anche solo parlare. Ne scriverò penso settimana prossima, è una serie tv in perfetto stile Midian e mi spiace di aver già consumato metà episodi.
Ma prima, a giugno, quando di Z Nation si sapeva poco e quel poco che si conosceva era ottima materia per grosse risate, FX mandava in onda The Strain.

Una cosa come Pacific Rim dovrebbe resettare tutto, non ci sono salvezze, nessuna redenzione, è una porcata troppo grossa e la carriera di un autore, in grado di creare un orrore del genere e non vergognarsene, per me dovrebbe finire lì,  punto, basta, ciao. Credo di conoscermi abbastanza bene, e di solito fatico a perdonare, Guillermo Del Toro dovrebbe aver perso ogni credibilità e nemmeno il fattore nostalgico ha modo di rivalutare, ma neanche in minima parte, un simile circo di minchiate. Comunque. Una volta sbollita la rabbia e accantonata a fatica la presa per il culo, complice soprattutto l’idea non solo di una serie tv horror, ma di una serie tv horror su un canale via cavo come FX (leggi violenza, sesso e in generale pochi limiti, ma senza le necessarie drammaticità e pesantezza che garantisce la HBO) la curiosità è tornata a manifestarsi. Va bene, Del Toro ha scritto la The Strain Trilogy con Chuck Hogan e della serie tv è soltanto produttore esecutivo e, come spesso accade ai grandi nomi, sceneggiatore e regista del pilota, e va bene, lo showrunner è addirittura Carlton Cuse, un altro per cui non dovrebbero esistere porte dopo Lost, eppure la prima stagione di The Strain è una botta enorme che mi ha gasato come non succedeva dai tempi di Spartacus.


A voler farla breve, The Strain è un b-movie a puntate perché non ci sono scelte, nei personaggi, negli eventi e in tutto l’universo vampiresco creato, che non derivino dalla concezione più generalista del cinema di serie b così come funzionava negli anni Ottanta e Novanta. Facciamo una lista di cosa c’è:
1. un protagonista che si sta separando dalla moglie (con annessi problemi sulla gestione del figlio) e che ha capito tutto quello che sta succedendo anche se nessuno gli crede;
2. una collega che si intuisce tipo al minuto 3 che è persa di lui ma non può dirgli niente perché lui ha una famiglia e invece lei ha la madre malata da accudire;
3. un collega che gli vuole bene ed è buono però fa una cazzata che fa scoppiare un casino mondiale e poi si pente;
4. un vecchio che ha già confitto il male quand’era giovane e ora deve rimboccarsi le maniche per affrontarlo di nuovo e una volta per tutte;
5. un criminale appena uscito di prigione che vuole bene alla mamma e adesso vuole rigare dritto ma che si trova a lavorare per il male perché gli servono i soldi;
6. un tamarro dalla battuta facile che vuole combattere il male perché menare i vampiri è FUNNY;
7. una hacker un po’ cyberpunk che fa dei malanni tipo DISTRUGGERE INTERNET;
8. un metallaro modello gotico burbero e annoiato pieno di belle figliole;
9. un bad guy dai modi raffinati e tutto in tiro che se però si incazza diventa un mostro, letteralmente;
10. ah, be’, i vampiri;
e per finire, rullo di tamburi:
11. i nazisti!

È difficile non voler bene all’ingenuità horror di The Strain, perché non capita poi così spesso che i cliché siano trattati con questa cura, un amore addirittura commovente nel rispettare precisi percorsi scolpiti in anni e anni di cinema del terrore. Ma è un ingenuità felice e professionale, una semplicità creata attraverso una raccolta meticolosa di spezzoni di pellicole che chiunque conosce a memoria, eppure la noia non è sovrana e neppure l’impazienza per qualcosa di nuovo (leggi: qui è tutto VECCHIO), perché The Strain, nella sua leggerezza soprannaturale e nella schiettezza psicologica, rinfresca e colora l’ennesima storia di vampiri rendendola una buona storia di vampiri.
Forse non è un caso che ci sia dietro Del Toro, proprio lui che con quel maledetto Pacific Rim precipitava male laddove l’unica cosa che gli si chiedeva era di scrivere bene una storia che non poteva non essere stupida, insomma Del Toro recupera quell’onestà di Mimic e Blade II e la spalma su 13 puntate, perché questo è quello che succede in The Strain: dai rapporti tra i protagonisti alle scene di lotta, la circolarità narrativa è talmente efficace che pur sbattendo sempre contro una certa sciocchezza nell’interazione degli elementi creati non si incastra e non rallenta mai, la sua è un’esecuzione rudimentale ma paradossalmente di grande, grande coinvolgimento perché The Strain è tutto qua, non c’è altro, è una piallata diretta e brutale, con personaggi che muovendosi come orsi si fanno subito simpatici, eroi che fanno battute ficcanti a ripetizione e gente che massacra i vampiri spargendo riuscitissime badilate di sangue.


Inutile perdersi dietro a superficialità o incongruenze: cose come la differenziazione linguistica tra i personaggi, che spaziano dallo yankee al messicano passando per il russo e il tedesco, che di colpo diventa inutile nei flashback nel lager dove un crucco e un ebreo parlano inglese; o ancora la faciloneria caratteriale di Goodweather e i momenti assurdi in cui sceglie di andare a letto con Nora; o l’estetica dei vampiri, così simile a quanto visto in Blade II… Potrei continuare, la lista è lunga ma non c’è motivo per farlo quando dialoghi, situazioni e ritmo permettono di godersi 13 puntate sempre divertenti, tese, ben dirette e soprattutto strutturate con gusto, con un intreccio sì elementare ma approfondito e sventrato nelle tante sottotrame che garantiscono un vario e mutevole labirinto di eventi.
A differenza di Z Nation, che deve fare economia e si diverte nell’episodicità autoconclusiva, qui i bubbi ci sono e si vedono: al di là di un cast in gran forma, la serialità è costruita con gran dispendio di personaggi, la mostruosità dei vampiri è garantita da un’ottima effettistica che non rinuncia mai a efferatezza e svariate badilate di sangue, e la ricerca di una storia corale è forte soprattutto attraverso la progressiva distruzione mondiale, con una pandemia che dilaga settimanalmente e con una credibilità di cui un prodotto del genere avrebbe potuto fottersene alla grande e tutti lo avremmo amato lo stesso.   

Enjoy. 

8 commenti:

  1. bella bella bella, mi è piaciuta veramente tanto....

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  2. per me, più che di serie B, è proprio di serie Z :)

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    1. Ma è quello il bello, la bravura nel prendere le cose più grezze dell'horror e metterle insieme in una storia molta valida e piacevole da seguire. Che è un po' quello che ha fatto Ryan Murphy con American Horror Story ma senza tutte le trashate e le varie cagate assurde ed esagerate: qui c'è solo un purissimo b-movie in 13 puntate :)

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  3. Non so perché ma mi ricorda la recensione di Banshee. Che per altro lì ci andai a nozze. Quindi mi sa che mi tocca almeno provare con sto The strain, i libri per altro non erano malaccio.

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    1. E' vero, lo spirito è quello, pochi cazzi e molti cazzotti, ma in Banshee bisogna dire c'era un po' di profondità in più, uno studio leggermente più ampio dei personaggi, qui è solo tamarraggine e badilate sui denti :)

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  4. E' una serie molto buona e non me lo aspettavo minimamente.

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    1. Anch'io mi aspettavo poco, il tema è abusatissimo e il rischio di panzana televisiva noiosa c'era tutto, e invece grinta a mille, ironia e splatterate senza sosta, gran bel vedere :)

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