Home » , , , , » Recensione: Teatro Grottesco, di Thomas Ligotti

Recensione: Teatro Grottesco, di Thomas Ligotti

By Simone Corà | venerdì 27 aprile 2012 | 12:00


Virgin Books, 2008 
280 pagine, 7,89 € 

Da sempre personaggio schivo e misterioso, avvolto in fumi lovecraftiani che ne hanno in qualche modo plasmato un’immagine sfuggente e surreale, come può esserlo in fondo la sua narrativa, Thomas Ligotti è un autore horror assai stimato ma che, come da tradizione, nell’Italia editoriale è grossomodo ignorato. La sua proposta non è di certo la più appetibile, le atmosfere malsane e ripugnanti evocate nei suoi racconti sono quanto più si avvicini alla materia dell’incubo io abbia mai letto, ed è comprensibile il timore italiano nell’approcciarsi all’autore, tradotto nella sua opera più famosa, I canti di un sognatore morto, e in un memorabile racconto italianizzato da Andrea Bonazzi e pubblicato su Necro (chi si ricorda di Necro?).

Teatro Grottesco esce nel 2006 (ristampato poi due anni dopo), ultima opera di narrativa prima del saggio The Conspiracy Against the Human Race, e come suggerisce il bizzarro titolo i 13 racconti esplorano gelidi deliri orrorifici, nichilisti, pessimisti, difficilmente inquadrabili. In bilico tra uno stato onirico e una costante sensazione febbricitante, ogni storia, tutte non molto lunghe, lasciano spesso a disagio per l’impalpabilità contestuale, per la mancanza di personaggi comprimari solidi, per l’assenza di coordinate che definiscano il contorno delle trame: ci troviamo quasi sempre in una città indefinita e scarsamente dipinta, si respira un clima lugubre, distorto, inesplicabile, reso ancora più fumoso dalla personalità aliena degli abitanti e dei protagonisti dei vari racconti, tutti così chiusi, solitari, malati.

A differenza di Lovecraft, autore a cui Ligotti è spesso paragonato per la cupezza degli scenari e per un certo amore per i sotterranei, l’orrore è dato più da sensazioni che da fatti concreti, viene percepito attraverso stati d’animo alterati e comportamenti stranamente minacciosi, è un qualcosa che bolle e i cui vapori stordiscono chiunque, un miasma che ubriaca di allucinati malesseri, e difatti raramente abbiamo a che fare con crescendo narrativi verso una meta soprannaturale o una spiegazione risolutiva, o anche solo con la presenza di creature mostruose o deformità demoniache – che comunque compaiono qua e là, i racconti possiedono infatti forme e sviluppi, non sono soltanto sensazioni e riflessioni negative.

Ligotti narra sempre in prima persona, è scorrevole e fluido, in più di un’occasione lega alcuni racconti attraverso la stessa, occulta ambientazione (la città i cui confini non si possono superare), oppure per mezzo di alcuni elementi, come personaggi o fabbriche che ricompaiono più volte, e con questo stratagemma aumenta una certa claustrofobia, un’inquietudine sottile e pesante allo stesso tempo.

Autore ostico ma da provare assolutamente, può non piacere, tanto è alieno e personale il suo concetto d’orrore (non credo infatti di poter dire che mi sia realmente piaciuto), ma non lascerà di certo indifferenti. 

8 commenti:

  1. Una basilare differenza fra Ligotti e Lovecraft sta nella visione fisolofica di fondo. Per HPL, nonstante l'etichetta semplicistica di "pessimista cosmico", l'universo è indifferente: talmente al di fuori della portata umana da schiacciarlo una volta che se ne sia avuta comprensione, ma solo incidentalmente avverso, e per altri versi fonte di meraviglie. Per Ligotti, invece, l'universo è ostile; l'esitenza in sé è un'aberrazione giocata sulla povera coscienza dell'umanità.

    Disgraziatamente Ligotti ha smesso di scrivere, a causa di non specificati seri motivi di salute. Dopo 'The Conspiracy Against the Human Race', saggio tra letteratura e filosofia a sfondo pessimista, si è limitato a rivedere le definitive edizioni della propria narrativa per Subterranean Press (la mia rovina finanziaria).

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Non avrei saputo scrivere meglio - anche perché l'esperto sei tu. Grazie del prezioso commento! :)

      Non sapevo però che Ligotti avesse smesso di scrivere, e queste notizie lasciamo sempre così...

      Elimina
  2. Ok, lo ammetto: ho abbandonato "I canti di un sognatore morto" dopo 4 o 5 racconti.
    Lo stile di Ligotti, il modo in cui comunica l'orrore, mi sono indigesti.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Posso capire e, tranquillo, in alcuni momenti anch'io ho fatto una gran fatica a proseguire, ma penso si tratti di uno di quegli autori che bisogna comunque assaggiare, prima o poi... :)

      Elimina
  3. Ciao, voi che siete bene informati, a quando una versione italiana del saggio nichilista sopra citato? Si sa qualcosa in giro? Samuel M

    RispondiElimina
  4. Forse nel prossimo secolo, volendo essere ottimisti. Non viene tradotta la narrativa, figurarsi la saggistica.

    RispondiElimina
  5. ...e invece bisogna essere ottimisti

    RispondiElimina
    Risposte
    1. E' davvero incredibile, hanno tradotto una cosa che chi pensava mai! :-D

      Elimina