Cappuccetto Rosso

By Simone Corà | venerdì 3 luglio 2009 | 12:55

2009, Italia, colore, 31 minuti
Regia: Stefano Simone
Sceneggiatura: Emanuele Mattana, da un racconto di Gordiano Lupi

Cappuccetto Rosso è il nome di una ragazza misteriosa, che vive nei boschi e, per diletto, uccide lupi e viandanti. È una figura forse leggendaria, di cui tutti parlano ma che nessuno ha mai visto, eppure, quando Pietro attraversa il bosco per portare un cesto di cibo alla nonna malata, incontra proprio una graziosa fanciulla vestita di rosso, che lo sfida: se lui arriverà alla casa della nonna prima di lei, riceverà un premio...

Tratto dall’omonimo racconto di Gordiano Lupi, il mediometraggio di Stefano Simone offre buoni spunti e mostra tanta, genuina voglia di fare, una passione che trasuda, che si può percepire nonostante i mezzi limitati e il budget inesistente.

Siamo alle prese con una modernizzazione della classica favola, aggiornamento che però non stravolge più di tanto i pilastri narrativi della famosa storiella, ma ne offre una versione dalle tinte dark ma per certi versi fedele e, in qualche maniera, grottesca e surreale.

Cappuccetto Rosso è adesso una serial killer psicopatica, figlia di un mafioso, che si aggira nei boschi e che, come passatempo, sgozza turisti ignari, ma Pietro, il protagonista della pellicola, ha una nonna malata che abita in mezzo al bosco, ed è un cesto colmo di pane, carne, frutta e cioccolato quello che le sta portando, dopo essere stato avvisato dalla mamma su quanti pericoli possano insidiarsi al di fuori del sentiero.

È una scelta bizzarra, questo punto di partenza, ma tutto sommato piace per la particolarità, per l’equilibrio antico/moderno, per la sensazione di omaggio che si respira.
Sarebbe tuttavia parso un elemento più interessante, anche originale, se il lavoro in fase di sceneggiatura, a opera del buon Emanuele Mattana, avesse avuto più grinta e incisività.

I dialoghi, vera pecca di Cappuccetto Rosso, sono scheletrici, espressioni appena abbozzate, che poco o nulla aiutano nell’immedesimazione contestuale. Non c’è stravaganza, non c’è follia, non c’è inventiva, componenti che, con l’insolito spunto su cui si basa il film, dovevano essere sfruttati meglio per offrire una visione più appagante.
In questa maniera, ahimé, e a causa anche di una recitazione poco incisiva (terribile, in questo caso, bisogna dirlo, il primo piano finale), ci sono molte sequenze in cui li rischio di sfiorare il ridicolo è dietro l’angolo (la reazione di Pietro all’annuncio della scomparsa di Giacomo, il ritrovamento del cadavere nel bosco, il dialogo a casa della nonna).
Era necessario giocare con eccentricità e pazzia per illuminare questi momenti dubbiosi, potenzialmente evitabili anche con una maggior cura nei dettagli (la sfida tra Pietro e Cappuccetto Rosso, per dirne una).

Nonostante una certa prevedibilità, la pellicola si risolleva per via di un ultimo, notevole twist finale, che ricongiunge alla favola tutti gli elementi che ancora mancavano all’appello. Può essere intuibile, ma Stefano è bravo, ha mestiere nel tenere nascosti certi elementi per poi farli affiorare di colpo, giocando sulla sorpresa, senza per questo incrinare il contesto.

Discorso effettistica: forsesarebbe stato meglio evitare la messinscena degli effetti splatter, che, pur tenendo a mente la squisitezza amatoriale della pellicola, tolto il succulento pasto romeriano si mostrano ancora troppo dilettanteschi e improvvisati per poter suscitare qualcosa (l’occhio strappato, per esempio). A questo punto, si poteva preferire un’inquadratura fuori campo per svincolarsi da possibili parentesi di comicità involontaria, e lasciar viaggiare l’immaginazione.
Piace comunque il coraggio e la caparbietà, elementi che fanno ben sperare circa il futuro artistico di Stefano Simone.

Buona la resa sonora, con musiche goblin/carpenteriane di goduriosa atmosfera horror, che seguono con la giusta carica d’inquietudine i 31 minuti del film e omaggiano gli scenari horror tricolore degli indimenticabili anni 70.

Ciò che manca a Cappuccetto Rosso è la giusta dose di stramberia narrativa per sgrassare via quelle spigolosità che ne impediscono una visione coerente. Troppi i bassi a dispetto degli alti, e ancora, purtroppo, molto marcata una certa impronta ingenua che macchia l’intero progetto.
C’è ancora molto da imparare, ma ci sono comunque le basi (buono il ritmo e la gestione delle inquadrature, ottima, davvero ottima la scelta delle location e il gioco di luci e ombre), radici fresche ma resistenti, a cui tenersi forti per iniziare la scalata.
Stefano ha già un buon curriculum di corti e il suo nome sta iniziando a girare, e pertanto non mollare, mai, e con lui tutti gli altri artefici del film. Gli spunti per fare grandi cose ci sono, basta saperli coccolare, sviluppare e farli esplodere.

3 commenti:

  1. Sono il Lupi Cattivo della favola.
    Lei chi è, giovanotto? Come si permette? Documenti, prego!

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  2. No, ma nei documenti ci ho la foto coi capelli corti e biondi! Mi vergogno!

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  3. e tu chi saresti scusa?
    no dico... lo sai che hai un marito penoso?

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