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Kalmah - For the Revolution

By Simone Corà | sabato 14 giugno 2008 | 13:02

Tessere lodi, gridare di giubilo e altri comportamenti facili dell’essere umano in stato di estasi, corrispondono a stati d’animo che, nel caso dell’ascolto del nuovo disco dei Kalmah, potrebbero portare sia alla completa perdita di sonno del sottoscritto, ma anche a facce perplesse negli sporadici menteccati che leggiucchiano ogni tanto il blog. Perché il gruppo finlandese, per chi scrive, è l’attuale quintessenza del death metal, dove l’alpha e l’omega vengono abilmente riassunti, creando un cerchio di note che racchiude il meglio degli ultimi vent’anni di estremismo sonoro.

La formazione guidata dai fratelli Kokko, partita da valida clone band degli ormai insopportabili Children of Bodom, è arrivata in cinque album a consolidare un frullato musicale fresco e riconoscibile, che, nonostante le trascurabili imperfezioni, ha raggiunto il nirvana nel precedente The Black Waltz, autentico sbalzo qualitativo rispetto alla comunque più che buona produzione passata.

Ora, con For the Revolution, le cannonate sonore colpiscono sì sulle stesse coordinate, ma filtrano impurità e amputano le facili incontenibilità virtuosistiche, arricchendo così il proprio sound di un’energia esplosiva e di un’immediatezza annichilente. La complessità strutturale, anche se tenuta sotto controllo rispetto al passato, mostra comunque canzoni ricche di accelerazioni e mosh esaltanti, dove colate di melodie classicheggianti, echi di un certo thrash rimescolato secondo la dottrina finlandese e radici black armate di lame affilate che dettano ritmi supersonici, si amalgamano l’un l’altra in uno splendido gioco a incastri. L’orco Pekka Kokko (a parere di chi scrive il miglior growler della scena) latra poi pura furia animalesca, integrando al suo growl catacomabale anche quello screaming rauco e feroce che aveva caratterizzato i primi tre dischi (e poi rinnegato in The Black Waltz).

A nulla servirebbe un track by track: potrei impegnarmi a trovare le parole adeguati per descrivere ogni brano, ma mi trovo sempre in notevole difficoltà quando devo incensare pregi tanto meritevoli di un prodotto. Spazio alle note, quindi, le parole qui diventano inutili. Giusto per spirito critico segnalo Dead Man’s Shadow, Wings of Blackening e la conclusiva Like a Slave, ma questa è una tremenda ingiustizia verso le altre canzoni, ognuna meritevole di un vostro play.

Sorprendente conferma per un sorprendente gruppo. Must have.

1. For the Revolution
2. Dead Man’s Shadow
3. Symphony of War
4. Wings of Blackening
5. Ready for Salvation
6. Towards the Sky
7. Outremer
8. Coward
9. Like a Slave

(Spinefarm/Audioglobe/2008)

2 commenti:

  1. Bravi e viulenti, piacciono anche a me. Certe parti doomed sono pazzesche e quelle trash ben rifinite. Il fatto è che io invece non sono un fan del growling, un album interamente così mi fa un po' sbuffare...

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  2. A me invece piace da impazzire, ma cose del tipo che mi metto a fare headbanging da solo con conseguenza ridicole per il mio ego.

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